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Shantaram: la recensione di TPI

Immagine di copertina

Shantaram recensione | Di cosa parla

SHANTARAM RECENSIONE – “Shantaram”, l’uomo della pace di Dio, è un romanzo di David Gregory Roberts.

La prima volta che l’ho visto ero a Ginevra a casa di una mia amica. Era in bella vista sul comodino e incuriosita l’ho sfogliato. Il libro era in inglese, senza perdermi d’animo ho cominciato a leggerlo, ma ci ho messo poco per annoiarmi. Tornata dal viaggio non ci ho più pensato.

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Qualche anno dopo, parlando con degli amici, è uscito l’argomento “Shantaram”. Tutti dicevano che era bellissimo, ma tendo a non sentire i pareri degli altri. Secondo me i libri sono molto personali e ognuno ha un suo punto di vista. In questo caso mi sbagliavo di grosso. È un libro mattone, ma l’ho divorato in 2 giorni.

Il romanzo è l’autobiografia dell’autore: un rapinatore latitante, eroinomane, evaso dal carcere di Pentridge che si rifugia in India per dieci anni.

Dopo aver conosciuto Prabaker per un periodo abita negli slum, le baraccopoli indiane e casa sua diventa una clinica per quelli che non si possono permettere l’ospedale.

Sta andando tutto fin troppo bene e ci infatti arrivano i nemici: la prima è Madame Zhou, maitresse di una casa chiusa che lo fa arrestare senza un capo d’accusa. Per circa quattro mesi rimane in carcere picchiato e maltrattato finché un suo amico, su richiesta di Abdel Khader Khan, il capo di uno dei clan mafiosi più potenti di Bombay lo libera.

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Per ricambiare il favore, lavora per lui come riciclatore di denaro e più avanti si dedica a una missione per contrabbandare armi in favore dei mujaheddin afghani.

Quando ho cominciato a leggerlo non riuscivo a credere che fosse un’autobiografia, pensavo fosse tutto inventato. Mi è piaciuto perché dalla prima all’ultima pagina mi ha catturata. Oltre alla storia straordinaria di Roberts, un’altra cosa che mi è rimasta impressa è la descrizione senza filtri dell’India e di come vivono gli indiani.

A cura di Claudia Nanni

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