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La crisi con la Francia è la conferma che l’Italia non ha una politica estera credibile

Lo stallo sul Venezuela, l'inazione sull'Iran, l'irrilevanza sulla Libia. Sullo sfondo l'incapacità di decidere se si è dentro o fuori l'Alleanza atlantica. Il tutto, con un ministro degli Esteri commissariato dai due vicepremier

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Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi

Il Venezuela? Siamo neutrali. O meglio, uno dei due partiti di governo ha simpatie per Maduro, l’altro vorrebbe riconoscere Guaidò. Nel dubbio, non si fa nulla.

La Libia? A dispetto della pomposa conferenza di Palermo, l’Italia conta sempre meno, mentre chi si si sta rafforzando è il generale Haftar, appoggiato dalla Francia.

E volendo andare più a monte: il nostro paese è ancora con due piedi dentro l’Alleanza atlantica, o occhieggia sempre più alla Russia di Putin, lodata a più riprese tanto dalla Lega quanto dal M5s?

Cercare una linea chiara e coerente nella politica estera dell’Italia è un’operazione da mal di testa.

Del resto chi dovrebbe esprimere tale linea, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, è di fatto esautorato dai due vicepremier. Che dettano l’agenda tanto in Italia quanto fuori.

Solo che, appunto, si tratta di un’agenda confusa, di un procedere a tentoni e sull’onda dell’improvvisazione.

Lo scontro con la Francia, che ha richiamato l’ambasciatore in Italia per consultazioni, è solo l’ulteriore dimostrazione di quanto il nostro governo non sia in grado di calibrare le scelte e di presentarsi nello scacchiere internazionale come un interlocutore credibile.

La decisione dell’Eliseo è arrivata al culmine di una serie di attacchi di Di Maio, Di Battista, Salvini e altri esponenti dell’esecutivo alla Francia e al suo presidente Macron.

Attacchi sferrati per guadagnare consensi, modellando la figura di un nemico da cui “proteggere” il popolo italiano, senza curarsi minimamente delle conseguenze diplomatiche e geopolitiche che si sarebbero innescate, e che si possono riassumere in una parola: isolamento.

Da questo scontro infatti il nostro paese ha da perdere sia dal punto di vista delle alleanze che da quello economico.

I fronti aperti con Parigi sono molti: c’è innanzitutto la Tav, sulla quale un accordo va trovato e non è possibile decidere da soli, anche perché ballano molti soldi.

C’è poi il dossier Fincantieri: la fusione con Stx France è al vaglio della Commissione europea e delle autorità antitrust.

C’è Alitalia, con Air France che avrebbe deciso di tirarsi fuori dall’operazione di salvataggio della compagnia aerea. Se fosse vero, Ferrovie dello Stato sarebbe costretta a cercarsi un altro partner.

“Assumendo che la gita a Parigi sia stata progettata in sobria coscienza, è consapevole il nostro vicepresidente del Consiglio delle conseguenze che il suo gesto provocherà per il suo e nostro paese? – scrive Lucio Caracciolo su Repubblica – Oppure immagina che lo Stato francese, cui non difettano una certa idea di sé e una vena di irritabilità, possa contentarsi della gesticolazione diplomatica, destinata a rientrare?”

“Data l’intrinsechezza geopolitica, economica e commerciale fra i due paesi, abbondano i dossier su cui i francesi cercheranno di farci pagare pedaggio”, continua il direttore di Limes.

“La République aggiunge ogni anno una grossa fetta al Prodotto interno lordo dell’Italia – commenta invece Federico Fubini sul Corriere della Sera – e per nessun aspetto ciò è vero come negli scambi. Fra i due Paesi di lingua neo-latina è nettamente il nostro ad avere i maggiori vantaggi nel commercio bilaterale. Fra import ed export di beni industriali, il surplus italiano sulla Francia dal 2015 ha superato i dieci miliardi di euro l’anno (secondo l’Istituto del commercio estero)”.

Insomma, lo scontro con Parigi sembra tutt’altro che conveniente da un punto di vista economico.

Ma, appunto, ai soldi si somma un problema di credibilità. I balletti italiani sui principali dossier internazionali, le affinità elettive tra Putin e i leader grillini e leghisti, hanno da tempo minato la reputazione del nostro paese.

L’Italia non sembra in grado di prendere una posizione chiara su nessuna questione geopolitica, perché costretta a muoversi in precario equilibrio tra la volontà di non scontentare la Russia e la necessità di non perdere la faccia con le potenze occidentali.

Prendiamo l’Iran. Diversi paesi europei, tra cui Germania, Regno Unito e Francia, hanno deciso di non rispettare le sanzioni imposte dagli Stati Uniti a Teheran, creando un canale commerciale per aggirare il blocco americano.

Qual è la posizione del nostro paese sulla questione? Avete indovinato, nessuna.

Del resto l’Iran è un alleato della Russia, ma anche Trump non va indispettito. La Francia è dalla parte di Teheran, ma ormai è un nostro nemico conclamato.

“In una sola settimana abbiamo aperto una crisi diplomatica con la Francia e abbiamo rotto la solidarietà atlantica sul Venezuela. Che cosa sta succedendo all’Italia? Dove stiamo andando? Se lo chiedono in tanti, anche all’estero. La verità è che non lo sappiamo”, scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera.

Forse l’Italia avrebbe bisogno di un vero ministro degli Esteri, nel pieno delle sue funzioni e non commissariato come quello attuale, per fare chiarezza almeno sui dossier più importanti.

Ma considerando il “presentismo” del nostro esecutivo, in grado di guardare solo al tornaconto elettorale immediato e incapace di ragionare sulle conseguenze a lungo termine, l’ipotesi che Di Maio e Salvini possano fare un passo indietro almeno in politica estera è praticamente un periodo ipotetico dell’irrealtà.