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Terremoto Centro Italia, due anni dopo l’ultima scossa: viaggio nel cratere dove la ricostruzione non è mai iniziata

La seconda puntata dell'inchiesta di TPI sul post-sisma. Siamo andati nelle Marche, tra le famiglie in attesa di una vera ricostruzione: viaggio tra i comuni “dimenticati” del cantiere più grande d'Europa

 

Viaggio nel cantiere più grande d’Europa – Dopo aver raccontato come il Governo sta impedendo la ricostruzione, l’inchiesta a puntate di TPI nei luoghi del terremoto del Centro Italia prosegue con le testimonianze delle famiglie che, a due anni dalle scosse, vivono ancora nei prefabbricati allestiti per l’emergenza.

“Per loro le Marche si fermano ad Ancona. Se potessero cancellarci, lo farebbero”. Lo sfogo di Alice Corradini, che con il fratello manda avanti la fattoria di famiglia ad Amandola, in provincia di Fermo, racchiude tutto il sentimento di abbandono che, dai drammatici giorni del terremoto, si respira nell’entroterra marchigiano.

Una telefonata intorno alle 12 è bastata per rimediare un invito a pranzo nel “container” in cui vivono mamma Carla e papà Vittorio. La loro casa, inagibile, è a pochi metri di distanza. Sono in attesa del via libera al progetto per la demolizione. “Lì vorremmo costruire la nostra nuova abitazione, di quelle che si fanno in Trentino: un piano unico e tutta in legno”.

Ma – come raccontato nella prima puntata dell’inchiesta di TPI – i tempi per l’approvazione del progetto e lo stanziamento dei fondi sono lunghissimi. Così il terzo inverno sta passando inutilmente. “Ma noi da qui non ce ne andiamo. La nostra vita va avanti”. Le mucche e i maiali da allevare, la carne da vendere in tutta Italia con un sistema porta a porta, di fatto, autogestito.

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Pasta al ragù. Salsicce al sugo. Vino rosso e prosciutto. Una volta a tavola non sembra di essere tra i “terremotati”. Anzi, è proprio questa definizione che più infastidisce Alice: “Quando vado fuori, anche solo per qualche giorno di vacanza, cerco di evitare di dire alle persone da dove vengo. Quando sentono ‘monti Sibillini’ il loro sguardo cambia. La vedo nei loro occhi quella sensazione, come se dicessero ‘poverina’”.

E la stessa cosa vale per la politica: “Non siamo persone, siamo ‘terremotati’, gente sfortunata, a cui tendere una mano quando fa comodo a livello elettorale e non da ascoltare e coinvolgere per una vera ricostruzione”.

Si sentono “terra di consenso” e “materiale mediatico”. Un esempio? “Quanti politici mettono noi in contrapposizione con i migranti? Il famoso slogan ‘i migranti negli hotel e i terremotati nelle baracche’ è la cosa che ci fa più male. Perché lì si tratta di salvare vite. E salvare una vita viene prima della ricostruzione di una casa”.

Lasciata Amandola, ci dirigiamo verso Macerata. Qui incontriamo gli attivisti di “Terre in moto”, rete di realtà sociali, associazioni e “semplici cittadini” che, già dai giorni delle scosse di agosto, quelle che hanno distrutto Amatrice, hanno deciso di “intervenire sul sisma” a livello “informativo, comunicativo e sociale”. Sono loro le nostre guide attraverso il cratere.

Hanno già organizzato tutto nei minimi dettagli: le tappe sono documentate nel nostro reportage video, un racconto che abbiamo scelto di fare in maniera lenta, ragionata ma al tempo stesso spontanea per mostrare semplicemente la realtà, senza interferire nella narrazione.

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Siamo stati nei container di Tolentino, dove vivono ancora circa 250 persone: sala mensa, bagni in comune, sorveglianza h24, l’impossibilità di ricevere visite senza il consenso di quella che chiamano “security”. E poi fra le “casette” di Muccia, diventate famose sui media per il pavimento che si alza per l’umidità e la muffa, e nei cantieri “mai partiti” di Visso e Ussita, dove “la politica non è mai arrivata”. Eppure sono passati due anni dall’ultima scossa.

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