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Guerra in Siria: i curdi sono sempre più soli, ma la Turchia non li attaccherà

Dopo otto anni il conflitto siriano sembra essere alle battute finali: il presidente Assad è sempre più forte grazie al sostegno della Russia e adesso anche i curdi, minacciati dalla Turchia, sono costretti a chiedere aiuto a Damasco

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Un soldato delle Forze democratiche siriane (FDS) a Qamishli. Credit: Delil Souleiman/ AFP

Ritireremo le truppe americane in Siria. L’Isis è sconfitto, il nostro lavoro è terminato”. Poche, semplici parole quelle pronunciate dal presidente americano Donald Trump e affidate come sempre alla rete tramite il suo account Twitter.

Parole che pesano però come macigni a livello geopolitico e che hanno lasciato perplessi o addirittura atterriti gli alleati degli Stati Uniti, contrari alla decisione.

La notizia è stata invece accolta con favore da Iran e Russia, alleati del presidente siriano Bashar al Assad nonché apparenti vincitori della guerra in Siria, e dalla Turchia, che ha sempre visto come un problema la presenza Usa nella regione e non ha mai apprezzato il supporto americano ai tanto odiati curdi.

Ankara, forte del venir meno degli Stati Uniti, ha subito minacciato l’avvio di un’operazione militare contro i territori nelle mani delle Forze democratiche siriane (note anche come FDS), l’alleanza curdo-araba spalleggiata da Washington e osteggiata dalla Turchia.

Nonostante i toni guerreggianti e l’invio di truppe al confine, il presidente turco Erdogan ha più volte rimandato l’inizio dell’operazione: prima per coordinarsi con gli americani, che per il momento si trovano ancora sul suolo siriano, poi per partecipare ad un incontro a Mosca con il ministro degli Esteri russo.

Incontro terminato tra l’altro con la promessa di coordinarsi “per sradicare il terrorismo dalla Siria”. Parole fumose, dato che nessuna delle due delegazioni ha spiegato chi siano i terroristi contro cui i loro eserciti dovrebbero muovere guerra: per la Turchia si tratta indubbiamente dei curdi, ma lo stesso non è detto per Mosca, soprattutto dopo gli ultimi sviluppi.

Cosa è successo a Manbij

Venuto meno il supporto americano, i curdi sono stati costretti a chiedere aiuto a Damasco e alla Russia, invitando l’esercito siriano ad entrare a Manbij, la città a maggioranza araba situata a nord est e conquistata nel 2016 dalle YPG.

La richiesta di protezione avanzata dall’Unità di protezione popolare (YPG) è stata accolta con favore tanto da Assad, che ha già inviato le sue truppe a difesa della città, che dalla Turchia, che almeno a parole preferisce vedere Manbij in mano siriana (e russa) piuttosto che curda.

Di certo la mossa è servita a bloccare l’avanzata turca in Siria: senza una presenza delle YPG al confine, Ankara non ha più una scusa per entrare in territorio siriano. O almeno non in quella specifica area.

Pur avendo rinunciato a Manbij, i curdi infatti controllano ancora il 30 per cento circa della Siria, mantenendo una forte presenza nel nord est, in una fascia di territorio delimitata da Kobane, al Raqqa, Deir el Zor fino al confine con l’Iraq. Con gran disappunto della Turchia.

Chi controlla cosa

Guardando ad una cartina della Siria a fine 2018, si notano 5 grandi aree: la prima, pari al 70 per cento del territorio, in mano all’esercito di Bashar al Assad, sostenuto da Russia e Iran; Idlib, roccaforte ancora nelle mani dei miliziani di al Nusra e dei ribelli appoggiati dalla Turchia, intorno alla quale è stata istituita da Ankara e Mosca una zona demilitarizzata; Afrin, nel nord ovest, nelle mani dell’esercito turco e dei ribelli loro alleati; il Rojava, ossia il territorio sotto il controllo delle FDS curdo-arabe, pari circa al 30 per cento della Siria; infine ci sono alcuni villaggi nella provincia di Deir el Zor, nel sud est, in cui è ancora presente l’Isis.

L’obiettivo di Assad e della Russia è prima di tutto riprendere il controllo della regione di Idlib, contro cui i due eserciti avevano per mesi minacciato un’operazione militare, prima di raggiungere un accordo con la Turchia.

Dal 17 settembre infatti Ankara e Mosca hanno creato una zona demilitarizzata sorvegliata dalle truppe di entrambi i paesi (russi nell’anello esterno, turchi in quello interno) e dato un ultimatum ai ribelli e ai miliziani lì presenti perché lasciano la zona.

Da settembre non ci sono stati particolari sviluppi a Idlib e non è da escludere che la Russia aspetterà la giusta occasione per allontanare la Turchia e riprendere il controllo dell’area, che potrebbe anche essere usata come moneta di scambio tra Mosca e Ankara.

Il regime di Assad intanto può vantare il pieno controllo sulla maggior parte del territorio siriano, mentre la tensione resta alta nella zona di Deir el Zor: a differenza di quanto affermato dal presidente Trump, l’Isis non è stato sconfitto del tutto.

I curdi hanno costretto i jhiadisti ad abbandonare la loro roccaforte nell’area, ma  i miliziani si sono rifugiati nei villaggi limitrofi, continuando quidni a rappresentare un pericolo per la stabilità della Siria. 

Più incerta invece la sorte del Rojava curdo: i suoi abitanti e le YPG mirano ad ottenere maggiore autonomia da Damasco, ma non è detto che una volta terminata la guerra le loro aspirazioni diventino realtà.

Possibili scenari

Da quando gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria, la Turchia ha minacciato un attacco nel nord est contro i territori in mano ai curdi. Una simile operazione, come abbiamo già detto sopra, è stata già rimandata diverse volte e presenta diversi problemi: prima di tutto, Ankara deve attendere che il ritiro dei soldati americani termini, il che potrebbe richiedere diversi mesi; in secondo luogo Erdogan  ha bisogno del beneplacito di Putin per occupare una parte della Siria.

A ciò va aggiunto che il Rojava è un territorio esteso, la cui conquista richiederebbe tempo e sforzi non indifferenti, considerando anche che i combattenti delle YPG possono contare sul sostegno della popolazione locale a maggioranza curda e delle armi lasciate loro dagli americani.

Una possibilità potrebbe allora essere quella di creare una zona cuscinetto al confine tra Siria e Turchia, limitando le operazioni militari ad una fascia di territorio molto più ridotta e facilmente gestibile, anche se lunga più di 300 chilometri. Anche in questo caso sarebbe fondamentale il consenso della Russia, che potrebbe cedere momentaneamente parte della Siria in cambio di Idlib.

Un ultimo attore che la Turchia dovrà considerare in caso di attacco è la Francia: secondo i media turchi, nella zona controllata dai curdi sono presenti circa 200 soldati francesi e il presidente Macron non sembra intenzionato a seguire l’esempio americano e a richiamarli in patria.

Attaccare correndo il rischio che un soldato francese rimanga coinvolto è uno scenario ben poco allettante per la Turchia, essendo entrambi i paesi membri della NATO.

Il processo di pace

Una delle strategie che la Turchia potrebbe invece mettere in campo, seguendo tra l’altro l’esempio della Russia con Idlib, è minacciare un’invasione per costringere i curdi a cedere ad Assad i loro territori, oltre ad arrivare al tavolo delle trattative da una posizione di forza maggiore.

Ankara infatti dirige insieme a Russia e Iran il processo di pace in Siria e al netto dei differenti obiettivi tutte e tre le parti desiderano che Bashar al Assad riprenda il controllo totale del territorio siriano.

Ankara, Mosca e Teheran si sono più volte riuniti per discutere del futuro della Siria e il prossimo colloquio è atteso per la prima settimana di gennaio 2019, mese in cui si conclude tra l’altro il mandato dell’inviato speciale Onu, Staffan de Mistura.

Le sue dimissioni sono il segno della debolezza delle Nazioni Unite nella questione siriana: l’Organizzazione infatti non è stata in grado di indirizzare i colloqui di pace e di recente il “gruppo di Astana” ha rifiutato  la proposta di modificare la composizione del comitato che si occupa di redigere una nuova Costituzione per la Siria.

Secondo l’opposizione siriana infatti il comitato proposto da Russia, Iran e Turchia non è politicamente equilibrato e tutelerà la figura del presidente Assad, che sembra destinato a guidare la Siria anche nella fase post-conflitto.

Resta da capire cosa ne sarà dei curdi e delle YPG una volta terminata la guerra. Non è chiaro quale sia l’intenzione di Assad e Putin: l’Unità curda potrebbe essere smantellata, inglobata nell’esercito siriano o continuare ad occuparsi della difesa del Rojava nel caso in cui la regione a maggioranza curda riuscisse ad ottenere l’autonomia tanto desiderata da Damasco sul modello del Kurdistan iracheno. Scenario che Erdogan farà di tutto per evitare.