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Irlanda, vicina la storica vittoria del sì al referendum: si va verso la legalizzazione dell’aborto

In un paese dalla fortissima tradizione cattolica già da diversi anni, anche nelle aree rurali, si registra una diffusa apertura sui diritti civili. Per questo il 25 maggio l'ottavo emendamento della Costituzione potrebbe essere abolito

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Manifestanti per il sì al referendum del 25 maggio

Irlanda referendum aborto | Il 25 maggio il voto per abolire l’ottavo emendamento della Costituzione

Aggiornamento sabato 26 maggio: i primi exit poll indicano che l’Irlanda ha votato a favore della legalizzazione dell’aborto in occasione dello storico referendum di venerdì 25 maggio 2018.

Secondo l’exit di Irish Times/Ipsos MRBI, il 68 per cento dei cittadini irlandesi ha votato per l’abrogazione di una delle leggi più restrittive al mondo in tema di interruzione di gravidanza contro il restante 32 per cento che avrebbe preferito mantenere il divieto.

Il 25 maggio 2018, l’Irlanda ha affrontato un passaggio storico: si è infatti il referendum per decidere se mantenere o meno l’ottavo emendamento della Costituzione che, nella sostanza, impedisce alle donne di abortire.

L’emendamento venne introdotto nel 1983 attraverso un referendum costituzionale, e protegge “il diritto alla vita di chi non è ancora nato”.

Di fatto, si tratta di una clausola che rende impossibile abortire alle donne irlandesi poiché, tra le altre cose, sancisce il divieto di aborto anche in caso di stupro o anomalie del feto.

Nel 1992, la Corte Suprema irlandese stabilì che l’aborto potesse essere praticato nel caso in cui la donna fosse in “reale e sostanziale pericolo di vita”. Tuttavia, a causa della vaghezza della norma, per molti anni quella sentenza è rimasta sostanzialmente inapplicata, anche in virtù del credo religioso di moltissimi medici in Irlanda.

Un primo reale cambiamento si è avuto soltanto nel 2013 quando, attraverso una legge votata in parlamento, fu stabilito in maniera più chiara e stringente che, in caso di pericolo di vita della donna, la gravidanza potesse essere interrotta.

La norma fu varata a seguito delle feroci polemiche per il caso di una donna di origini indiane, Savita Halappanavar, morta per un’infezione dopo che i medici di un ospedale di Galway si erano rifiutati di rimuovere il feto, alla diciassettesima settimana di gravidanza, perché “l’Irlanda è un paese cattolico”.

Nel 1983, come detto, l’emendamento anti-aborto fu introdotto con un referendum costituzionale. Il 63 per cento dei votanti si espresse a favore della norma che, per i successivi 25 anni, avrebbe costretto le madri irlandesi che volevano abortire a emigrare in altri paesi.

Secondo gli ultimi dati disponibili, circa 3.500 donne irlandesi si recano ogni anno in Inghilterra per le interruzioni di gravidanza, mentre altre 2mila ordinano illegalmente online le pillole per abortire.

Se la prima pratica è consentita dalla legge, con la seconda, attualmente, si rischiano fino a 14 anni di carcere.

In Irlanda il vento sta cambiando

Nell’Irlanda rurale la tradizione fortemente cattolica del paese continua a farsi sentire, sebbene già tre anni fa l’Irlanda abbia legalizzato i matrimoni gay, la prima nazione a farlo attraverso un voto popolare (i sì vinsero con il 62,1 per cento).

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Manifestanti per il no al referendum del 25 maggio

Come dimostrò quella consultazione, il vento nel paese sta cambiando ormai da tempo, e persino nelle aree a più forte componente cattolica si registra un clima di apertura sui diritti civili.

Harriet Sherwood, una giornalista del Guardian, ha scritto un reportage da Roscommon, una piccola cittadina nel nord dell’Irlanda, capoluogo dell’omonima contea.

Il Roscommon-South Leitrim è stato l’unico dei 43 collegi elettorali che nel 2015 votò contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Come in altre parti del paese, qui la Chiesa cattolica è considerata autorità morale indiscussa.

La contea è anche tra quelle con l’età media più alta di tutta l’Irlanda. I giovani tendenzialmente non vi rimangono, emigrano in cerca di opportunità migliori.

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Manifesti per il sì e per il no al referendum

Tuttavia, la contaminazione interculturale si è fatta strada negli anni a causa di un notevole flusso di immigrati, in particolare brasiliani e persone dell’est Europa reclutati per lavorare nell’industria della carne e siriani in fuga dalla guerra.

I cambiamenti apportati da questi flussi migratori sono stati sorprendenti. Un tempo, la chiesa cattolica era l’unica in città; ora ci sono più di una dozzina di confessioni cristiane. La comunità brasiliana ha una sua propria chiesa, così come quella nigeriana.

Paul Healy, redattore di un giornale locale, ha spiegato alla giornalista del Guardian che “ci sono dozzine di nazionalità diverse nella scuola locale; si tratta di una trasformazione fortissima rispetto a  una generazione fa”.

Secondo Molloy, i cambiamenti culturali e sociali inducono alla tacita accettazione di cose una tempo considerate scandalose, come coppie che vivono insieme e bambini nati fuori dal matrimonio.

“L’influenza della chiesa ha subito un duro colpo, in parte a causa degli scandali riguardanti gli abusi sessuali sui minori, ma anche per altri fattori, come gli effetti della penetrazione di internet anche nelle aree rurali”.

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Manifestanti per il sì al referendum del 25 maggio

Google e Facebook hanno cancellato le pubblicità elettorali sul referendum

Anche per questo motivo, probabilmente, nonché sulla scia dello scandalo Cambridge Analytica, sia Facebook che Google hanno comunicato di aver vietato la diffusione di qualsiasi tipo di pubblicità elettorale sul referendum.

La decisione, che ha riguardato anche youtube, è diventata effettiva a partire da giovedì 10 maggio 2018.

“In seguito al nostro tentativo di garantire la regolarità nello svolgimento delle elezioni a livello globale, abbiamo deciso di vietare tutti gli annunci relativi al referendum irlandese sull’ottavo emendamento”, è stato l’annuncio di Google.

Facebook, dal canto suo, ha fatto sapere che avrebbe consentito l’acquisto di spazi pubblicitari solo da parte di organizzazioni situate all’interno della Repubblica d’Irlanda, per evitare ingerenze straniere.

Sebbene, infatti, la legge irlandese proibisca di ricevere finanziamenti per campagne elettorali da parte di aziende straniere, nei giorni scorsi si era diffusa la preoccupazione che attivisti stranieri, in particolare americani, potessero spendere somme potenzialmente illimitate per comprare annunci indirizzati agli elettori irlandesi.

Il fenomeno degli annunci pubblicitari mirati, inviati in seguito alla raccolta dei dati degli utenti e alla loro profilazione per manipolarli e influenzare le loro scelte, è stato proprio ciò che ha fatto scoppiare il caso Cambridge Analytica, la società di consulenza politica con sede nel Regno Unito, e legata all’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, accusata di aver utilizzato i dati di 50 milioni di utenti del social network per influenzare le elezioni presidenziali americane del 2016.

Il governo irlandese, proprio in occasione di questo referendum e a causa delle preoccupazioni per le possibili ingerenze tramite Facebook e Google, sta prendendo in considerazione una nuova legge che obblighi i colossi di internet a rivelare chi li sta pagando per gli annunci politici online.

James Lawless, del partito di opposizione Fianna Fáil, ha dichiarato che la decisione di Google di vietare le pubblicità elettorali “arriva tropo tardi. Le bufale hanno già avuto un impatto corrosivo nel dibattito sul referendum sui social media”.