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Peppino Impastato, 40 anni dal suo omicidio
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Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi

Peppino Impastato, 40 anni dal suo omicidio

Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia a Cinisi, vicino Palermo, il 9 maggio 1978

09 Mag. 2018
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Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato, 30 anni, veniva ucciso dalla mafia a Cinisi, in provincia di Palermo.

Attivista impegnato a combattere le attività criminali di Cosa Nostra, sin da giovane Peppino ruppe con il padre, mafioso e cognato del capomafia Cesare Manzella.

La storia di Peppino Impastato è stata raccontata nel film “I cento passi”, del regista Marco Tullio Giordana.

Erano cento i passi che separavano la casa di Peppino da quella del boss Gaetano Badalamenti. In questa scena, Peppino ripercorre i passi insieme al fratello Giovanni, e urla a squarciagola la sua volontà di vedere la mafia per quello che è: una montagna di merda.

Gli assassini di Peppino Impastato lo uccisero nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali, cui si era candidato.

Il corpo dell’attivista fu adagiato sui binari della ferrovia con una carica di tritolo per inscenare un suicidio.

La madre di Peppino, Felicia Bartolotta, ha combattuto per anni per fare arrestare i responsabili dell’omicidio del figlio.

L’11 aprile 2002 il boss Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo dopo essere stato riconosciuto come mandante del delitto. Il 30 aprile 2004, a 80 anni, è morto nel centro medico di un penitenziario in Massachusetts.

Nel film, il personaggio di Peppino è interpretato da Luigi Lo Cascio, il fratello Giovanni è interpretato da Paolo Briguglia.

Qui sotto una celebre scena del film dedicato alla sua storia di Marco Tullio Giordana

“Peppino come Regeni, due storie di ricerca della verità negata”, parla Luisa Impastato

“Peppino e Giulio sono uniti da molte similitudini”, ha detto il fratello minore di Peppino, Giovanni Impastato. “Due giovani che hanno fatto della difesa dei diritti negati il filo conduttore delle loro brevi vite. Entrambi oggi fanno sentire la loro voce, attraverso l’impegno di persone fermamente disposte a non rinunciare alla verità e alla giustizia”.

“Questo collegamento è un modo per far sentire ancora una volta la voce di Peppino”, ha continuato “se fosse vivo, non esiterebbe a schierarsi accanto ai Regeni per aiutarli a ottenere giustizia e verità per Giulio”.

TPI ne ha parlato con Luisa Impastato, figlia del fratello minore di Peppino, Giovanni.

Da una parte la famiglia Impastato, che con una lunga lotta dopo 24 anni è riuscita ad ottenere la verità giudiziaria sull’assassinio di Peppino da parte della mafia, dall’altra la famiglia Regeni, che sta ancora combattendo per ottenere la verità sull’omicidio di Giulio, avvenuto a gennaio 2016 in Egitto.

Il 9 maggio 2018 queste due storie, apparentemente distanti, si congiungeranno per qualche ora.

Da Terrasini, paese in provincia di Palermo in cui aveva sede Radio Aut, fino a Cinisi, dove viveva Peppino Impastato, si terrà un corteo in memoria dell’attivista e giornalista siciliano ucciso da Cosa Nostra esattamente 40 anni fa (qui la storia di Peppino Impastato).

L’anniversario coincide tra l’altro, con quello del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, ragion per cui la notizia della morte di Peppino passò inosservata su gran parte dei media nazionali (qui l’intervista di TPI al generale Cornacchia, che ritrovò il corpo di Aldo Moro).

A chiudere la manifestazione a Cinisi, ci sarà un collegamento Skype con i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, e con il loro legale Alessandra Ballerini (qui lo speciale di TPI sul caso Regeni).

L’appuntamento è alle 20.30 nello spazio esterno alla sede di Casa Memoria, l’associazione che porta il nome di Peppino Impastato e sua madre Felicia.

Al centro dell’iniziativa, il tema dei diritti negati.

Caro Peppino, ecco perché non ti meritiamo

La lettera di un ragazzo siciliano nell’anniversario dall’omicidio del giornalista e attivista Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi, vicino Palermo

Sono passati tanti anni da quel 9 maggio del 1978. Da quando, dopo esserti percosso a morte, aver battuto la testa su qualche roccia ed essere morto, ti sei fatto anche saltare in aria, provando a mettere del tritolo sulla ferrovia.

Questo è quello che hanno detto di te, quei pochi che a livello nazionale hanno prestato attenzione, 39 anni fa, alla barbara uccisione di un grande uomo come te. — Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook.

Ecco come Hai avuto il coraggio di ribellarti alla tua famiglia, di cui facevano parte alcuni criminali, come fossi una goccia di limpida acqua del tirreno nella fogna mafiosa. Hai avuto forza, una forza immensa, e l’hai usata per compiere la più complicata delle missioni: essere onesti in un posto in cui regnavano l’ingiustizia, la prepotenza, l’omertà.

Hai sfidato la morte, con integerrima decisione, e la morte hai trovato, per mano dei vigliacchi che ancora oggi infestano la nostra bella Sicilia. Trentanove anni dopo, centinaia di morti dopo, non abbiamo fatto niente per dare un senso alla tua lotta.

La mafia c’è ancora, e non è più come quella che conoscevi tu. Oggi è subdola, si insinua negli anfratti più nascosti della mentalità di tutti noi, si esprime con la mancanza di dignità, prendendo scorciatoie, raccomandazioni, mancando di rispetto agli altri e a noi stessi, alla nostra terra.

Oggi la mafia è la prepotenza di chi esige il pizzo e la vergogna di chi lo paga senza denunciare.

La mafia sono le vili minacce di chi pretende di ottenere ciò che non gli spetta, togliendolo a chi lo ha meritato. Le raccomandazioni, la corruzione, i “favori” e chi accetta questa situazione senza neanche volerla cambiare: questa è la mafia, oggi.

Tu hai saputo resistere alle minacce, hai rinnegato la tua famiglia per migliorare te stesso e tutto il tuo paese, e per un momento, un solo fugace momento, hai compiuto la tua missione. Tu non puoi saperlo, ma i tuoi compaesani, i cittadini di Cinisi, ti hanno eletto al Consiglio comunale, dopo la tua morte.

Non si erano arresi, non ci credevano che ti eri ammazzato provando a distruggere un pezzo della tua terra. E ora, 39 anni dopo, siamo sempre al punto di partenza. C’è sempre bisogno di uomini come te, uomini d’onore, ma che l’onore lo meritano davvero. È vergognoso vedere che ancora non riusciamo ad alzare la testa.

Ci nascondiamo dietro il pretesto della paura, della rassegnazione, del “tanto non cambia niente, che posso fare io da solo?”.

Non ci rendiamo conto che noi, siciliani onesti, che tanto ci lamentiamo di quanto manchino le opportunità, non siamo soli. Noi, che sprechiamo fiato ripetendo “la mafia è una montagna di merda”, facciamo finta di non sapere che la soluzione ai nostri problemi sia dentro di noi.

Non è giusto che tu sia morto invano. Non è giusto che adesso, noi ragazzi, siamo costretti ad abbandonare la nostra terra per cercare le opportunità che non sappiamo crearci a casa.

Non è giusto che le forze dell’ordine siano i “cornuti”, gli “sbirri”, il male, e i mafiosi siano parte della nostra cultura.

Dopo millenni di storia, non possiamo essere identificati con la melma in cui sembra che vogliamo affogare. Peppino, mi sa che noi siciliani veramente siamo tutti mafiosi.

Altrimenti non capisco come il sacrificio tuo e di tanti altri grandissimi siciliani possa essere solo lo sbiadito ricordo di tempi e uomini che non ci sono più.

Vorrei avere anche solo un briciolo del tuo coraggio e della tua forza, per rendere l’onestà e la giustizia la vera alternativa, la migliore, come hai fatto tu.

Continuiamo a nasconderci dietro le belle parole di lettere come questa, cercando di pulirci la coscienza, provando a incolpare qualcun altro della nostra incapacità.

Sei morto perché la Sicilia non ti meritava, noi non ti meritiamo. Trentanove anni dopo, mi sento di chiederti scusa; in tutto questo tempo, non siamo riusciti ad essere un po’ più simili a te.

La lettera è stata scritta da Edoardo Caliò 

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