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Oltre 100 persone sono morte in Birmania in un attacco dei miliziani Rohingya

L'operazione militare condotta da una fazione armata della minoranza di religione musulmana è stata una delle più violente degli ultimi mesi

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Credit: Reuters

Le autorità birmane hanno riferito che oltre 100 persone sono morte durante una serie di attacchi coordinati da parte di almeno mille miliziani di una fazione militare della minoranza Rohingya a 30 tra commissariati di polizia, posti di frontiera e basi militari nello stato occidentale di Rakhine, in Birmania.

Tra i morti ci sono oltre 90 insorti e almeno due soldati e 10 poliziotti. Quest’operazione militare è risultata essere la più sanguinosa degli ultimi mesi nella zona.

L’ultimo attacco di questa entità era stato portato a termine nell’ottobre 2016 dall’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), una formazione paramilitare nota precedentemente come Harakah al-Yaqin, o Movimento per la fede.

Proprio l’Arsa ha rivendicato la responsabilità degli attacchi coordinati avvenuti nella mattinata del 25 agosto, avvertendo il governo birmano che ci saranno altre violenze se i militari di Naypyidaw non fermeranno la repressione della cultura e la discriminazione del popolo Rohingya.

La situazione nello stato di Rakhine è andata via via peggiorando sin dall’inizio di agosto, quando le forze di sicurezza birmane hanno dato inizio a una nuova “operazione di liquidazione” dei ribelli in una remota zona montuosa al confine con il Bangladesh.

“Insorti estremisti bengalesi armati di granate hanno attaccato la polizia nella regione di Maungdaw nel nord dello Stato di Rakhine e hanno condotto diversi attacchi coordinati contro gli agenti intorno all’una del mattino”, ha detto a Reuters una fonte ufficiale vicina al Consigliere di Stato e leader del paese Aung San Suu Kyi, usando la parola “bengalesi” per riferirsi ai Rohingya.

A questa comunità il governo birmano nega infatti la cittadinanza. Nonostante le loro radici nella regione risalgano a diversi secoli fa, i  Rohingya sono considerati dai cittadini birmani come immigrati clandestini provenienti dal vicino Bangladesh.

Le Nazioni Unite intanto hanno accusato il governo birmano di aver commesso crimini contro l’umanità nelle proprie offensive militari contro i Rohingya.

A luglio, gli Stati Uniti hanno chiesto al governo di Naypyidaw di permettere l’accesso al paese e in particolare alla zona delle operazioni a una commissione di inchiesta dell’Onu sulle violenze in corso contro questa comunità.

L’amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha però rifiutato l’accesso alla commissione d’inchiesta, negando le accuse delle Nazioni Unite.

Il trattamento discriminatorio dei circa 1,1 milioni di Rohingya, comunità a maggioranza musulmana, presenti in un paese quasi integralmente buddista, rappresenta al momento il più importante problema di rispetto dei diritti umani in Birmania.

Il paese asiatico si ritrova ad affrontare la questione dell’integrazione di una comunità che è vista come estranea dalla maggioranza della popolazione, mentre cerca di uscire da decenni di dittatura militare che ha oppresso l’opposizione birmana e limitato i diritti e le libertà nel paese.

Mentre il paese ha visto una timida ma ferma apertura nel 2010 – anno in cui è stata liberata la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace nel 1991, Aung San Suu Kyi – le condizioni di vita dei Rohingya non sono cambiate.

Nonostante la vittoria alle elezioni del 2015 e il suo insediamento come consigliere di stato – una sorta di primo ministro – il governo guidato dall’ex attivista per i diritti umani birmana non ha fatto nulla per impedire la repressione della minoranza musulmana.

Dall’ottobre 2016 oltre 87mila appartenenti a questa comunità sono fuggiti nei paesi vicini dalle repressioni della maggioranza buddista del paese e dei militari, andando ad aggiungersi alle altre migliaia già rifugiatisi in quei paesi a seguito delle precedenti persecuzioni.

Fin dagli inizi degli anni Novanta, decine di migliaia di Rohingya sono fuggiti dai militari e dai nazionalisti buddisti al potere in Birmania, rifugiandosi nel confinante Bangladesh, paese a maggioranza musulmana, in alcuni casi attraversando il confine con l’India, a maggioranza indù.

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