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La Nato ci chiede più spese militari, ma l’Italia investe già tanto. Soprattutto sulle armi

Secondo il rapporto dell'Osservatorio Milex, il comparto difesa vale già l’1,4 per cento del Pil: 23,3 miliardi di euro l'anno. E dal 2006 è boom di armamenti

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“Lavoriamo perché la Nato resti rilevante, ma ci aspettiamo che venga adeguata alle sfide. Il contribuente americano non può più sobbarcarsi una sproporzionata quota a difesa dei valori occidentali”. Parole di James Mattis, segretario alla Difesa statunitense, pronunciate 17 febbraio a Monaco, nel primo dei tre giorni di lavori della Conferenza sulla Sicurezza che riunisce ogni anno più di 30 capi di stato e di governo, 47 ministri degli Esteri, 30 ministri della Difesa.

È stata l’ennesima bacchettata dell’amministrazione Trump a tutti i paesi alleati che non hanno raggiunto la soglia minima di spesa militare stabilita dall’Alleanza atlantica: il 2 per cento del Prodotto interno lordo nazionale. E nel mirino, a Germania, Danimarca, Olanda e ad altri 18 stati, c’è anche l’Italia, che nel 2016 ha investito “solo” l’1,11 per cento del Pil.

Visto dagli Stati Uniti – che con il 3,61 per cento investe più di ogni altro alleato in questo capitolo di spesa – il nostro paese non può non apparire in netto ritardo rispetto agli obblighi della Nato, eppure, accanto al quel bilancio ufficiale, 1,11 per cento, ci sono altri dati che fotografano una realtà diversa, soprattutto se comparati con il passato recente: un’Italia che nell’arco di dieci anni ha aumentato gli investimenti nella Difesa, accelerando, in particolare, la corsa agli armamenti.

La fotografia emerge dal rapporto Milex 2017 sulle spese militari italiane, presentato alla Camera poco prima della conferenza di Sicurezza a Monaco. Un’indagine realizzata dall’Osservatorio Milex, nato per iniziativa del giornalista ed esperto di difesa, Enrico Piovesana e di Francesco Vignarca, Coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo, autore di diversi libri e articoli sul tema degli armamenti.

Tra le cento pagine del dossier spicca una cifra su tutte: 23,3 miliardi di euro in un anno, oltre 64 milioni al giorno. Secondo gli autori dell’indagine, è quanto l’Italia ha destinato alle spese militari per il 2017: l’1,4 per cento del Pil, in leggero aumento rispetto al 2016 e in rialzo del 21 per cento sul 2006. Uno sforzo rilevante, nell’arco di poco più di 10 anni, soprattutto se si considera che dall’inizio della crisi economica, mentre i governi seguivano il solco dell’austerity per far fronte alle congiuntura negativa, la crescita del Pil italiano non si è spostata dall’ordine dei decimali.

E tra le voci di spesa, secondo il rapporto Milex, è quella relativa agli armamenti a registrare un vero e proprio boom: un rialzo del 10 per cento nel 2017, e dell’85 per cento rispetto al 2006, con oneri che sono sempre più a carico del ministero dello Sviluppo economico, e finanziata con mutui operosissimi (tassi del 30-40 per cento).

Nel 2017, l’Italia spenderà per l’acquisto di armi, munizioni, missili, mezzi militari e artiglieria pesante ben 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Si tratta per lo più di mezzi militari tradizionali, mentre nel settore della cyber-difesa, sottolineano gli autori del Milex, non spendiamo praticamente nulla, rivolgendoci all’estero per avere protezione delle nostre reti informatiche. Da qui, la critica del dossier alle giustificazioni addotte dal governo per l’aumento della spesa militare – lotta al terrorismo, contrasto all’immigrazione illegale e alla criminalità – perché “i conflitti del futuro saranno informatici, ma la cyber-difesa italiana è appena agli albori e i pochi finanziamenti, secretati, sono per l’intelligence”.

Il dossier registra anche una spesa di 30 miliardi di euro in 20 anni “per migliaia di corazzati (usati in pochissime unità e solo a scopo di marketing) a solo vantaggio dell’industria nazionale”, e un aumento di budget pari a 14 miliardi di euro per gli F35, gli aerei che il Milex definisce “a sovranità limitata, indigesto per gli industriali e sproporzionato per i militari”, sottolineando che le possibili alternative al mezzo sono state finora “censurate”.

C’è poi il capitolo dedicato ai costi del personale, che secondo il dossier gravano particolarmente sull’intero bilancio e hanno una evidente sperequazione interna. Circa il 60% della spesa militare italiana è destinato a pagare stipendi e pensioni delle forze armate, caratterizzate dalla presenza di un maggior numero di “comandanti” rispetto ai “comandati”, con 90mila ufficiali contro 81mila militari semplici.

Dal rapporto risulta anche che le missioni all’estero pagate dal ministero degli Esteri quest’anno supereranno il miliardo di euro, toccando cifra 1,28: più del 7% rispetto al 2016. Quanto al ruolo dell’Italia all’interno dell’Alleanza atlantica, l’Osservatorio Milex sottolinea che il nostro paese “spende già l’1,4 per cento, esattamente la media degli alleati (Usa esclusi), ma spende in modo irrazionale e inefficiente”.

Secondo l’Osservatorio, inoltre, l’obiettivo delle spese militari al 2 per cento, concordato al summit Nato tenutosi in Galles del 2014, “non ha alcun valore legale senza previa approvazione del Parlamento”, e che in tempi di austerity chiedere agli alleati “di spendere di più, invece che di spendere meglio, penalizza chi spende in modo efficiente e premia chi spreca denaro senza risultati. Un’assurdità che raggiunge il paradosso quando la Nato si congratula con la Grecia per la sua spesa militare, quando lo Stato greco è perennemente sull’orlo della bancarotta”.

Secondo i bilanci ufficiali, oltre agli Stati Uniti solo quattro paesi alleati hanno raggiunto la soglia del 2 per cento del Pil nella spesa militare: Grecia (2,38), Regno Unito (2,21), Estonia (2,16) e Polonia (2). Seguono la Francia, con l’1,78 per cento, Turchia (1,56), Norvegia (1,54), Lituania (1,49), Romania (1,48), Lettonia (1,45), Portogallo (1,38), Bulgaria (1,35), Croazia (1,23), Albania (1,21), Germania (1,19), Danimarca (1,17), Olanda (1,17), Slovacchia (1,16), Italia (1,11), Repubblica Ceca (1,04), Ungheria (1,01), Canada (0,99), Slovenia (0,94), Spagna (0,91), Belgio (0,85), Lussemburgo (0,44).

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