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Il futuro incerto del Brasile preso in mano da Michel Temer
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Il futuro incerto del Brasile preso in mano da Michel Temer

La crisi politico-istituzionale del paese è tutt'altro che prossima alla fine. L'analisi di Loris Zanatta

24 Mag. 2016

I ben informati assicurano che Michel Temer sia un politico assai più abile di Dilma Rousseff, della cui carica riveste oneri e onori da quando il senato ne ha sancito la sospensione.

Probabile: un po’ perché di abilità politiche Dilma ne ha dimostrate davvero poche, un po’ perché guidando il Partido do Movimento Democrático Brasileiro (Pmdb), Temer è un lupo di mare avvezzo a navigare tra gli scogli della politica brasiliana, un vero labirinto.

Molti sostengono anche un’altra cosa: che, benché traumatico, il cambiamento di governo a Brasilia verrà presto digerito da un’opinione pubblica delusa dal Partido dos Trabalhadores (Pt) e irritata da Dilma.

La fiducia tornerà a splendere, l’economia a correre e le Olimpiadi copriranno tutto di un manto d’allegria. Può anche darsi, ma è impossibile prevederlo.

Eppure temo che l’eterna crisi politica brasiliana sia tutt’altro che prossima alla fine; che sia anzi a una delle sue svolte più pericolose e che il modo in cui il nuovo governo ha ottenuto lo scalpo di Dilma potrebbe presto rivelarsi un boomerang.

La domanda sorge spontanea: perché il governo di Temer, anch’esso minato dagli scandali e basato su una maggioranza parlamentare precaria e rissosa, dovrebbe riuscire a ridare stabilità politica e ottimismo economico a un paese indisposto a credere nell’attuale ceto politico?

Intorno al nuovo governo, tra l’altro, accadrà di tutto. Da un lato, il Pt mobiliterà le sue basi cercando di portare nelle piazze il conflitto istituzionale, col rischio di violenze ed escalation.

In tal caso, Temer potrà dire di essere riuscito, forzando l’impeachment, a ridare vita ad un partito agonizzante, il Pt, per non avere voluto attenderne la morte naturale per via elettorale.

Dall’altro lato, il ricorso di Dilma alla Corte suprema e la girandola di inchieste in corso continueranno a esporre la classe politica brasiliana, nessun partito escluso, al tiro al piccione della magistratura, popolare come non mai ma non certo immune da simpatie politiche.

Il nuovo governo rischia così di trovarsi da un momento all’altro sul banco degli imputati su cui finora troneggiava il partito di Dilma. Più che sciogliere la matassa, dunque, l’impeachment l’ingarbuglia ancor più e finché tutti penseranno di incassare un utile immediato radicalizzando il conflitto, trovarne il bandolo sarà sempre più dura.

Eppure il Brasile non è privo di classe dirigente degna di questo nome. Fa perciò ancor più rabbia vederlo cadere così in basso e non riuscire ad arrestare la rovina grazie a un sano soprassalto di lungimiranza, da parte di tutti: partiti, media, istituzioni.

Lo spettacolo offerto dai deputati nei dibattiti sull’impeachment, sia del governo sia dell’opposizione, per non dire dei transfughi dall’uno all’altra parte, è stato avvilente e ha dimostrato nel più impietoso dei modi ciò che già si sapeva: i piedi d’argilla del gigante brasiliano stanno, in primo luogo, nella fragilità del suo sistema politico, così frammentato e indisciplinato, provinciale e clientelare.

La scarsa qualità della classe politica, salvo eccezioni, inadeguata a reggere il timone d’un paese moderno e sempre più esigente, ne è l’ovvia fotografia.

Quel che perciò più servirebbe al Brasile è un coraggioso patto tra partiti per una grande riforma che modernizzi, razionalizzi, semplifichi una buona volta il sistema politico. E invece no: ecco i partiti prendersi a cazzotti e, pensando di abbattere l’odiato avversario, scavarsi la fossa.

Responsabilità ne hanno tutti. Taluni più di altri. Il governo grida al golpe e si atteggia a vittima dei poteri forti, ma quegli stessi poteri lo hanno coccolato a lungo e gli stessi deputati che oggi il Pt copre di disprezzo, non gli parevano così impresentabili quand’erano suoi alleati.

Evocare complotti gli porterà in dote alcune simpatie perdute a causa della notoria antipatia di Dilma, della dilagante corruzione e dell’enorme responsabilità di avere lasciato precipitare il paese lungo il piano inclinato di recessione, deficit pubblico e inflazione.

Tuttavia è difficile che il Pt possa tornare a galla, tanto più che l’intera “onda rosa” di cui fu l’avanguardia stinge oggi in un tramonto dai toni inquietanti.

Avrebbe potuto fare autocritica, ammettere gli errori per meglio rivendicare i successi, e infine proporre una via d’uscita decorosa per Dilma e utile per il paese, magari un governo di unità nazionale.

Nulla di tutto ciò: ha reagito agli attacchi con arroganza, per poi giocare col fuoco di parole, come “golpe”, che in Brasile evocano ben altri fantasmi che i gessati di Michel Temer e che sarebbe bene non stuzzicare.

Ma neppure l’opposizione è stata all’altezza. Peggio: s’è mossa come l’elefante tra le porcellane. Di fronte a sé aveva un governo in ginocchio e orfano di popolarità, ma invece di mostrarsi affidabile e paziente invocando il bene del paese e proponendo una transizione negoziata, non ha resistito alla tentazione di caricare come un toro infuriato davanti al drappo rosso.

Ha rispettato le procedure costituzionali? C’è chi ne è convinto e chi lo nega, ma di certo le ha forzate al limite pur di ottenere l’addio dell’odiata Dilma.

La vittoria di oggi potrebbe così costituire un precedente che annuncia le tormente politiche di domani. Costa credere che un paese come il Brasile si sia cacciato in un simile tunnel.

E ora? C’è chi scommette, si diceva, sul nuovo governo, chi dice che ce la farà, che le sue misure ridaranno slancio a economia e occupazione, che presto il terreno sarà sgombro dai veleni di questi mesi. Chissà.

Dovesse fallire, c’è da sperare che rimangano tempo e buon senso per tentare la via che sarebbe forse stato saggio percorrere fin dall’inizio di questa vicenda, quella di un governo di notabili intaccabili e di svariati orientamenti dedito a poche ma fondamentali misure: risanare i conti alla deriva e gettare le basi di un’intesa tra i maggiori partiti per riformare il sistema politico, il vero tallone d’Achille del Brasile.

Se ciò non sarà possibile, non rimarranno che le urne: la via più giusta, non sempre la via d’uscita. 

— L’analisi è stata pubblicata da Ispi Online con il titolo “Temer e le incognite del ‘nuovo’ corso brasiliano” e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso dell’autore.

*Loris Zanatta, professore di Storia dell’America Latina, Università di Bologna

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