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Gli studenti pakistani non hanno paura

Nonostante i numerosi attacchi alle istituzioni scolastiche nel paese, la popolazione non si arrende e continua ad andare a scuola

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Immaginate di dover rinunciare a mangiare per tre giorni di fila in modo da potervi comprare un libro scolastico. Immaginate di dover fare chilometri a piedi per raggiungere la vostra scuola.

Immaginate di andare a studiare tutti i giorni non sapendo se tornerete a casa la sera o se sarete giustiziati all’interno di un’aula. Ci andreste lo stesso?

Questa volta non erano bambini, ma giovani adulti. Forse per questo non si sono meritati le prime pagine dei giornali del mondo. O forse perché ormai siamo così abituati a sentire di morti in determinate parti del mondo che ci sembra la normalità. E questo è sbagliato.

Non c’è nulla di normale in quello che è successo mercoledì mattina all’Università di Bacha Khan a Charsadda, nella provincia pakistana di Khyber Pakhtunkhwa.

Non è normale che 21 persone siano morte all’interno di un’università. E non deve assolutamente diventarlo. Uno studente dovrebbe temere solo gli esami, non i proiettili e le bombe.

Siamo inondati di notizie di attacchi terroristici provenienti da diversi angoli del mondo quasi quotidianamente, tanto che ormai non ci sconvolgono più. Ieri è successo a Mogadiscio, in Somalia, in uno stabilimento balneare. Una settimana fa a Ougadougou, in Burkina Faso, in un albergo. Prima ancora nel cuore di Istanbul, in Turchia, e poi Jakarta, Deir ez-Zor, Parigi.

Però è importante sottolineare la differenza tra un attacco in un albergo, un bar, una spiaggia o un centro commerciale e quello in un edificio scolastico.

Sappiamo che tra le prime regole non scritte della guerra, c’è quella di bombardare tutti i punti di collegamento di una città (aeroporti, stazioni ecc) in modo da riuscire ad isolarla per poter sferrare l’attacco finale. È esattamente questo che sta accadendo in Pakistan: è in corso una guerra tra terroristi e cultura.

Attaccando le scuole, i talebani tentano di tagliare il ponte di collegamento tra il popolo pakistano e l’istruzione, la conoscenza e la libertà.

Vogliono spaventare le persone, allontanarle da quella che è l’unica vera minaccia al loro potere. Vogliono costringerle all’ignoranza, perché un popolo ignorante è molto più facile da governare.

Eppure, anche dopo la tragedia alla Army Public School di Peshawar in cui hanno perso la vita 132 bambini nell’ottobre del 2014, gli abitanti di Khyber Pakhtunkhwa non si sono arresi. Ogni giorno si svegliano madri coraggiose che accompagnano i propri figli a scuola e giovani ragazzi entrano in classe con la speranza di riuscire a realizzare le proprie ambizioni.

Sono oltre 3mila gli iscritti alla Bacha Khan University. L’educazione è l’arma con cui i comuni pakistani stanno scegliendo di combattere il terrorismo. Il terrorismo di per sé non è in un attentato, ma in una mentalità che va sradicata con un impegno costante e collettivo, capace di smuovere le coscienze e portare ad un cambiamento reale. Il popolo pakistano sembra averlo capito.

Il Pakistan non è un covo di terroristi, ma il paese in cui migliaia di ragazzi e ragazze come Malala Yousafzai trovano il coraggio di lottare per il loro diritto all’educazione semplicemente andando a scuola tutti i giorni.

È vero che la strada è ancora lunga e che oltre il 40 per cento della popolazione rimane analfabeta, ma viste e considerate le circostanze straordinarie in cui vive e tenendo in mente gli ostacoli economici e sociali di gran parte delle persone, a mio avviso, è già un traguardo di cui poter essere orgogliosi.