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Il vincitore del Premio Sakharov

Denis Mukwege ha 59 anni e da sedici si occupa delle vittime di stupro nella Repubblica Democratica del Congo

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È un ginecologo della Repubblica Democratica del Congo il vincitore del Premio Sakharov 2014, il premio assegnato dall’Unione Europea a chi ha avuto il coraggio di battersi contro intolleranza, fanatismo e oppressione.

Il medico ha ricevuto il premio dal presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz a Strasburgo oggi, 26 novembre.

Il suo nome è Denis Mukwege, ha 59 anni e da sedici si occupa delle vittime di stupro. La sua attività per il sostegno dei diritti umani gli ha fruttato numerosi premi internazionali, ma lo ha anche reso un personaggio scomodo nel suo Paese, dove lo hanno anche minacciato di morte.

Il suo centro, il Panzi Hospital, è stato fondato nel 1999 a Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Comprende un’ala specializzata nella cura delle vittime di violenze sessuali.

A fare del Panzi un punto di riferimento nel Paese è stato l’approccio con cui vengono aiutate le donne abusate. Alle pazienti, infatti, non viene dato soltanto un sostegno medico e psicologico, ma viene anche fornita l’assistenza sociale e legale.

La professione del dottor Mukwege è resa più complessa dai problemi sociopolitici che affliggono il Paese. Da più di vent’anni la Repubblica Democratica del Congo – in particolare le zone a est – attraversa una complessa crisi umanitaria.

Il Parlamento europeo, tra il 2008 e il 2011, con due risoluzioni ha denunciato le carenze del sistema sanitario nel Paese africano e la “cultura dell’impunità” che si sta diffondendo a causa dell’incapacità dei vertici di far rispettare le leggi. Anche per questo l’Unione aveva stanziato 620 milioni di fondi per il Paese.

La presenza massiccia dei militari ha fatto sì che i diritti umani venissero spesso calpestati. L’associazione Human Rights Watch ha registrato un record di stupri nel Paese.

I responsabili sono spesso i gruppi militari, che usano gli abusi come arma per l’intimidazione. È una forma di tortura molto persuasiva, infatti, per spingere le popolazioni a lasciare le terre.

I bersagli principali sono le donne (vittime del 73 per cento degli abusi), ma anche i bambini (25 per cento). Le violenze sessuali non si limitano allo stupro, ma sfociano in altre forme di tortura, dalla mutilazione genitale alla schiavitù come prostitute.

Per paura dell’emarginazione, le persone preferiscono non denunciare le violenze. Durante i conflitti, soltanto nella provincia del Kivu Nord il 10 per cento degli uomini e il 22 per cento delle donne sono stati vittima di violenze da parte dell’esercito. Il 50 per cento di queste ultime hanno subito abusi all’interno della famiglia. È il risultato della diffusione di quella che il dottor Mukwege chiama “cultura della violenza” nel paese.