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Finalmente l’Europa alza la voce con le Big Tech: cambiate gli algoritmi, state alimentando fake news

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Il commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton alla conferenza stampa sulla linee guida per rafforzare il codice di condotta sulla disinformazione, a Bruxelles il 26 maggio 2021. Credit: EPA/JOHANNA GERON / POOL

Finalmente l’Europa alza la voce con le Big Tech: cambiate gli algoritmi, state alimentando fake news

La Commissione europea ha chiesto a piattaforme di social media come Facebook, Google e Twitter di cambiare i propri algoritmi per fermare la diffusione di contenuti falsi. Secondo quanto riportato da Politico, le nuove regole, alle quali le piattaforme per ora potranno aderire su base volontaria, potrebbero rappresentare l’intervento finora più significativo da parte di qualsiasi autorità di regolamentazione sulla riservatezza degli algoritmi, che regolano il flusso di contenuti distribuiti a miliardi di persone nel mondo.

Le norme fanno parte della revisione del codice di condotta siglato nel 2018 con le principali piattaforme di social media, che negli ultimi tre anni non avrebbe fatto abbastanza per contrastare la diffusione di falsità sui social media durante le elezioni e soprattutto la pandemia.

“Stiamo assistendo a una massiccia campagna contro la vaccinazione, che può davvero ostacolare i nostri sforzi per far vaccinare le persone ed eliminare Covid”, ha detto oggi la vicepresidente della Commissione per coordinare le politiche sui valori e la trasparenza Věra Jourová, aggiungendo che la diffusione di falsità sui social network ha avuto ricadute “non solo sugli individui ma anche sui nostri sistemi democratici, sulle nostre elezioni”.

Un problema evidenziato negli scorsi mesi anche i servizi di intelligence italiani, che nella Relazione annuale dell’Intelligence pubblicata a marzo avevano parlato di “un’impennata di campagne disinformative e fake news” in relazione alla pandemia, e del “ricorso all’utilizzo combinato, da parte dei principali attori ostili di matrice statuale, di campagne disinformative e attacchi cibernetici, volti a sfruttare l’onda emotiva provocata dalla crisi sanitaria, nel tentativo di trasformare la pandemia in un vantaggio strategico di lungo termine”.

Le nuove regole annunciate oggi da Bruxelles sono per ora volontarie, ma anticipano la Legge sui servizi digitali (Digital Services Act) che potrebbe entrare in vigore tra due anni introducendo sanzioni fino al 6 percento dei ricavi annui nel caso le piattaforme non dovessero rimuovere contenuti illegali. Secondo quanto affermato da due delle fonti citate da Politico, le piattaforme che aderiranno al nuovo codice di condotta potranno evitare di incorrere nelle sanzioni quando entrerà in vigore la legge.

“È necessario un nuovo codice più forte” ha detto oggi Jourová, auspicando che le piattaforme online possano così affrontare i “rischi sistemici” che i loro servizi comportano, smettendo di vigilarsi da soli e impedendo di monetizzare la disinformazione. In una conferenza stampa, Jourová ha dichiarato che la Commissione sta preservando pienamente la libertà di parola “perché ci allontaniamo dalla valutazione dei contenuti e ci concentriamo piuttosto sugli strumenti” con cui essi vengono amplificati, affermando che sarà dato modo agli utenti di “verificare e influire su ciò che vedono e chi lo ha pagato”.

In base alle proposte della Commissione, le piattaforme dovranno rendere note le misure prese per fermare le “fake news” o i profili che le diffondono e offrire agli utenti maggiore trasparenza sul modo in cui vengono raggiunti da pubblicità online.

Le aziende che hanno aderito al codice di condotta del 2018, tra cui figurano Facebook, Google, Twitter, Microsoft e TikTok, avranno tempo fino a fine anno per comunicare alle autorità europee come intendono rispettare le nuove regole, che entrerebbero in vigore l’anno prossimo.

“Dobbiamo tenere a freno l’’infodemia’ e la diffusione di false informazioni che mettono in pericolo la vita delle persone” ha detto Thierry Breton, commissario per il mercato interno, ribadendo che la “disinformazione non può rimanere una fonte di guadagno”.

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