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Tu mi blocchi, io ti blocco: Clubhouse in Italia sta già morendo

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Clubhouse è un nome bello, è una piattaforma social molto interessante ed anche divertente, è ben frequentata, attori, conduttori tv, giornalisti, artisti, musicisti, economisti, polemisti, cantanti, fotografi. Niente a che vedere con TikTok, tanto per capirci. Anche un po’ esclusiva.

All’inizio ci si entrava solo se invitati. Aveva anche una architettura elegante. Come un palazzo dei congressi con tante stanze frequentate da “moderatori”, da “speaker” e da “spettatori”. Anzi da “ascoltatori”. Infatti era l’unico social dove non si poteva scrivere, non si poteva registrare, non si poteva pubblicare foto né scaricarle. Si poteva solo parlare. Parlare ed ascoltare.

Vellicava molto il narcisismo degli oratori, quelli che sugli altri social si stufavano di scrivere frasette magari solo di 140 battute. In breve divenne il tempio di quelli che vogliono cambiare il mondo, quelli che sanno come risolvere il conflitto tra palestinesi e israeliani.

Le stanze si infiammavano sui conflitti di genere, sui dibattiti tra omofobi non dichiarati e gay incazzosi, ma ricordo anche risse estreme sul ddl Zan, litigi fra politicamente corretti che insultavano in maniera scorretta i politicamente scorretti scavalcandoli a destra, protofemministe che si accapigliavano con postfemministe in una confusione geoculturale senza limiti, visto che intervenivano camionisti di Bergamo residenti in Ohio, medici liguri emigrati in Tennessee, cuochi romagnoli abitanti a Tokyo.

Gente appena alzatasi dal letto che discuteva lavandosi i denti con gente che stava per addormentarsi alla fine della faticosa giornata di lavoro. Il tutto in un linguaggio anglo-ciociaro che si aggiornava di ora in ora. “Io ti follouo ma tu non devi mutarmi”.

C’erano stanze dove si trasmettevano e si ascoltavano concerti, dove si parlava di cani e di gatti, dove sedicenti guru se la menavano con energie positive davanti a piccole folle di ragazze adoranti, dove pochi parlavano di sport ma molti di marketing. Tantissimi “digital marketing specialist”, come si autodefinivano nelle autobiografie tutte rigorosamente in inglese magari imparato a Torpignattara. Per non parlare di novax e provax sempre pronti ad azzannarsi esibendo improbabili conoscenze dell’argomento.

C’erano anche stanze di cazzeggio, di puttanate, di persone allegre che adoravano passare ore a prendersi in giro, a cantare, a ridere. C’era una stanza dove si giravano a cappella dei film sonori. Poi c’erano Giancarlo Magalli, Oliviero Toscani, Roberto Cotroneo, Gianluca Neri, Natasha Stefanenko, Andrea Delogu, Giorgio Dell’Arti, Rosita Celentano, Bobo Craxi, Mario Adinolfi.

E c’ero anche io che avevo aperto una room (si diceva room, era più elegante che dire stanza) dove la regola era non dire mai cose serie e cantare canzoni improbabili, tanto che l’avevamo chiamata “Cazzoni stonati”.

Perché uso l’imperfetto? Perché ad un certo punto scattò qualcosa che fece sviluppare e crescere una incredibile litigiosità. Non più discussioni, anche animate e feroci, su problemi epocali o comunque di vaghi interessi intellettuali. Ma scontri feroci su problemi banali, offese gratuite, bestemmie, parolacce, urla. Finché scattarono i tremendi blocchi. E qui vi devo spiegare che cosa sono i blocchi.

Succedeva questo: se Tizio odiava Caio poteva “bloccarlo” impedendogli di entrare nelle stanze. Però Caio, che non era cretino, bloccava a sua volta Tizio e in breve tutti cominciarono a bloccare tutti. E la giornata passava lieta tra insulti, urla e blocchi per il divertimento generale di chi pensava che quella fosse una gran bella maniera di passare il tempo.

Stufo di tutto questo, io fui il primo ad andarmene chiudendo fragorosamente la mia room. Ma pian piano anche altri tirarono giù la saracinesca, come ha fatto da ultimo, un paio di giorni fa, Mario Adinolfi. Per non parlare di quelli che abbandonavano Clubhouse a livello individuale.

Oggi se entrate in Clubhouse trovate poche stanze aperte e poche stanze affollate. Se ci sono venti persone è un successo. Clubhouse sta morendo. Almeno in Italia. Muore di litigiosità. Litigiositalia. Per le stanze semivuote si aggirano quasi soltanto iracondi vogliosi di sangue che si sbranano fra di loro. Forse sto un po’ esagerando. Ma andate a vedere voi stessi. E poi sappiatemi dire.

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