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Sara Gama e le azzurre sovvertono la fallocrazia sportiva (senza chiedere il permesso)

Donna, calciatrice e nera: il capitano della nazionale femminile rappresenta l'Italia del futuro contro ogni razzismo e sessismo. Il commento di Giulio Cavalli

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 9 Giu. 2019 alle 17:43
Immagine di copertina

Sara Gama, la nazionale femminile e la fallocrazia sportiva

Viene quasi voglia di ringraziare i calciatori maschi per avere fallito la qualificazione ai mondiali, se questo dovesse servire a puntare l’attenzione sulla nazionale di calcio femminile ma soprattutto sulla battaglia (giustissima) delle donne di essere professioniste nello sport esattamente come gli uomini.

Sarebbe da ringraziare i leoni da tastiera che hanno bisogno di offendere la capitana della nazionale italiana Sara Gama, che oltre a essere donna, a giocare (e bene) allo sport più amato dagli uomini è anche nera in un momento storico in cui ogni conato di vomito razzista non rimane in bocca ma finisce per imbrattarci dappertutto.

Qualcuno addirittura, dall’alto del suo saccente razzismo con machismo annesso, ha anche avuto da ridire sulla foto ufficiale della squadra, dove Sara Gama, in quanto capitana, appare in prima fila e con la mano sul cuore.

Eppure Sara è italianissima, nata in Italia e ha una carriera che l’ha vista passare perfino dal Paris Saint Germain prima di approdare alla Juventus e vincere lo scudetto.

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Più di 100 presenze in nazionale e addirittura una Barbie riproducente le sue fattezze, unica italiana tra 17 personalità femminili internazionali “che hanno saputo diventare fonte di ispirazione per le generazioni di ragazze del futuro”.

Però questo giochetto di volere rifiutare come italiano chi è nero, in nome di una presunta purezza della razza che fa schifo solo a scriverla, continua ad essere smentito dai fatti e dalla Storia.

Razzismo e sessismo escono con le ossa rotte dalle nazionali di pallavolo e di calcio che stanno appassionando gli italiani e che stanno regalando soddisfazioni che mancano dalle squadre dei maschietti. E loro, come succedeva a scuola vent’anni fa, vorrebbero che loro stessero al loro posto, zitte e carine, senza invadere i campi in cui gli uomini si sentono virili e forti.

Una sorta di fallocrazia sportiva che ci trasciniamo da decenni senza renderci conto che la generazione di Sara, e le donne come lei, sono quelle che si stanno riprendendo gli spazi che gli sono stati scippati e non hanno intenzione di chiedere il permesso.

Il Paese che verrà, nonostante gli insulti e le schifezze, è un Paese che si allineerà al resto del mondo, sempre più donna e sempre più forte di chi giudica le persone in base alla loro provenienza.

Anche per questo è da tifare questa Italia che ha cominciato i mondiali vincendo con un goal a venti secondi dalla fine. È anche una partita contro il peggio di noi. Da vincere.

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