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Egan Bernal: numero uno in partenza, numero uno all’arrivo

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Il colombiano Egan Bernal (Ineos Grenadier) ha vinto il 104° Giro d’Italia. A sette anni di distanza dal successo di Nairo Quintana, un altro cafetero porta a casa la maglia rosa, la terza nelle ultime otto edizioni per l’America Latina, se si considera anche il trionfo dell’ecuadoriano Richard Carapaz nel 2019. Con una splendida prova di perseveranza il ragusano Damiano Caruso (Bahrain Victorious) ha conquistato la piazza d’onore a 1’29” dal vincitore.

L’inglese Simon Yates (BikeExchange) si è piazzato al terzo posto con un ritardo di 4’15” precedendo il giovane russo Alexander Vlasov (Astana-PremierTech) a 6’40” mentre per il quinto posto a 7’24”, a parità di ore, minuti e secondi, si è dovuto ricorrere al conteggio dei centesimi che hanno privilegiato Daniel Martinez (Ineos Grenadier), fedele scudiero di Bernal, rispetto al portoghese Joao Almeida (Deceuninck-QuickStep).

La cronometro conclusiva, da Senago a Piazza del Duomo a Milano, di poco superiore ai 30 km, ha registrato la vittoria del campione del mondo Filippo Ganna (Ineos Grenadier). La maglia iridata ha preceduto il francese Remì Cavagnà (Deceuninck-QuickStep) di 12” ed il compagno di nazionale nelle prove contro il tempo Edoardo Affini (Jumbo-Visma) di 13”. È stata la settima vittoria di tappa su 21 frazioni per l’Italia che, oltre alla doppietta di Ganna contro il tempo, in apertura e chiusura, ha potuto gioire per i successi di Andrea Vendrame (Team AG2R Citroen) a Bagno di Romagna, Giacomo Nizzolo (Qhubeka Assos) a Verona, Lorenzo Fortunato (EOLO-Kometa) sullo Zoncolan, Alberto Bettiol (EF Education Nippo) a Stradella e Damiano Caruso all’Alpe Motta.

Bernal, che come capitano della Ineos Grenadier, squadra del vincitore dello scorso anno Tao Geoghegan Hart, portava il numero uno sulla schiena, lo è stato di fatto per l’intera durata della corsa con il solo passaggio a vuoto dell’arrivo di Sega di Ala, dove comunque, grazie al fido Martinez, ha limitato i danni sotto al minuto. Damiano Caruso ha corso il Giro che ci si aspettava da lui: saggio e paziente. Solo nella penultima tappa, con il podio ormai al sicuro, ha tentato di far saltare il banco, fallendo in questa impresa ma ottenendo una splendida vittoria.

Tutto sommato deludente Simon Yates che ha avuto il merito d’aver messo in crisi Bernal a Sega di Ala ma ha anche registrato diversi passaggi a vuoto nelle tappe, sulla carta, a lui congeniali. Il ciclismo italiano stasera può sorridere, un po’ meno se si guarda al futuro. Caruso, 34 anni ad ottobre, avrà finalmente l’anno prossimo la possibilità di correre da capitano in partenza una grande corsa a tappe. Dietro a lui, però, per trovare un altro azzurro in classifica bisogna scendere al 15° posto a 47’21”di Davide Formolo (UAE Emirates) seguito a ruota da Lorenzo Fortunato, Diego Ulissi (UAE Emirates) e Vincenzo Nibali (Trek Segafredo).

Per quest’ultimo, staccato più d’un’ora da Bernal, è possibile che questo sia stato l’ultimo Giro: un mesto finale di carriera per il più grande corridore che l’Italia ha prodotto negli ultimi 50 anni. Doverosa, infine, una menzione per Giulio Ciccone (Trek Segafredo) che, in tutta probabilità, avrebbe chiuso tra i primi dieci se non fosse stato costretto al ritiro, a quattro giorni dalla fine, dalle conseguenze della caduta nella discesa del Passo San Valentino.

Pur non essendo stata perfetta, l’organizzazione di RCS merita un plauso. Forse la decisione di accorciare il tappone dolomitico, cancellando i passaggi in vetta al Fedaia ed al Pordoi, è stata affrettata ed eccessivamente improntata alla prudenza ma, di questi tempi, non si può fare una colpa a chi è troppo cauto. Allestire il Giro è impresa titanica in circostanze normali. Quelle attuali, per quanto in costante miglioramento, sono ancora lungi dall’esserlo.

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