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Il Trio Medusa a TPI dopo aver vinto la causa contro gli hater: “Per noi è una battaglia di principio”

Di Anna Carluccio
Pubblicato il 25 Gen. 2021 alle 20:27 Aggiornato il 25 Gen. 2021 alle 20:30
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Immagine di copertina
Trio Medusa

Scusate ma oggi gongoliamo un po’“. Hanno esordito così stamattina durante lo storico programma di Radio DeeJay “Chiamate Roma Triuno Triuno” Gabriele Corsi, Furio Corsetti e Giorgio Daviddi alias “il Trio Medusa” nel commentare una notizia che stavolta li vede non nella veste di dissacranti commentatori ma di protagonisti. E i motivi di gongolare ci sono tutti perché il noto trio ha da pochissimi giorni incassato una vittoria giudiziaria davvero importante che è la vittoria di quanti da anni si battono contro le campagne di odio sui social. E di chi, per mancanza di mezzi e possibilità, si è trovato costretto ad abbassare la testa davanti all’offesa, alla minaccia, alla violenza verbale di gruppo fomentata ad arte.

È una storia che ha molto da insegnare a chi ancora crede che il mondo virtuale non abbia ripercussioni su quello reale, quella conclusasi giovedì 21 gennaio in un’aula del Tribunale di Pisa con una storica sentenza che di fatto dichiara condannabile per diffamazione non solo chi sui social è autore diretto di insulti o minacce, ma anche il cosiddetto “mandante”, ossia chi dà il via alla shitshorm senza magari nemmeno poi prendervi attivamente parte. Per la prima volta nella storia giuridica è stato infatti sanzionato il concorso con ignoti, ovvero l’incitamento anche indiretto di altri utenti a manifestare dissenso, provocando nei fatti l’altrui diffamazione.

È proprio ciò che accadde dopo una puntata dello show radiofonico del trio andata in onda nell’ottobre del 2013: “Sette anni fa – hanno raccontato i tre conduttori – dai microfoni di questa emittente Francesco Lancia fece un pezzo su questo personaggio, il “Detective Previ”, ci fu una battuta scema relativa al signoraggio e apriti cielo, una persona che aveva un sito che si chiama “Nocensura”, quei siti che affermano di sapere la verità, disse ‘ahhh prendono in giro il signoraggio, andate ad esprimere la vostra educata opinione sulla loro pagina Facebook’. Così fummo ricoperti da una serie di insulti, minacce, auguri di mali incurabili a noi e alle nostre famiglie, per una battuta. E ovviamente l’ottanta per cento delle persone che ci aveva minacciati non aveva neanche idea di chi fossimo, né conosceva la trasmissione. Noi, che abbiamo le spalle larghe, di fronte a questo mare di fango siamo riusciti a reagire bene, ma sappiamo che c’è gente che ci rimane sotto perché non ha disponibilità economica o tempo da perdere”.

E attenzione, qui non si parla del legittimo diritto di esprimere un’opinione, della libertà di parola tanto sbandierata dai leoni da tastiera come fosse il mantello dell’invisibilità, lo hanno chiarito bene Gabriele, Furio e Giorgio: “Se voi ci scrivete ‘Trio Medusa mi fate cagare’ lo potete fare anche immediatamente e avete perfettamente ragione perché quello è un giudizio di merito artistico sul quale non entriamo, se invece augurate dei mali a noi e alle nostre famiglie non ci passiamo sopra”. Di qui la decisione di fare causa per diffamazione a chi aveva dato il via agli insulti e adesso, a distanza di 7 anni, la sentenza, che diventa al contempo un importante precedente e un monito per chi, più o meno velatamente, pilota il comportamento social dei propri seguaci a danno di qualcun altro.

A entrare ancor più nel merito della questione è stato l’avvocato del Trio Francesco Donzelli, intervenuto questa mattina durante il programma: “In un articolo questa persona si era rivolta alla sua platea di followers dicendo “hanno deriso un fenomeno che causa suicidi e disgrazie, questo è il link della pagina Fb: vi invito a esprimere in modo civile dissenso per la trasmissione. Ma, come ho detto nell’arringa, è come se un capo ultras dicesse ai suoi ‘andate al bar dello sport degli avversari ed esprimete civilmente la vostra opinione’… questi ovviamente ti sfasciano il bar”.

Per l’avvocato, che ora attende di leggere le motivazioni della sentenza, il principio di diritto che è stato espresso è quello del dolo eventuale, in virtù del quale si è stabilito che l’incitamento alla diffamazione, seppure in forme indirette e mediate, è da considerarsi un reato: “Anche quando davanti alla propria platea di ascoltatori non si utilizzino frasi che istighino espressamente a diffamare ma di fatto si sollecita e provoca l’altrui diffamazione, si sta accettando il rischio che terzi anonimi invadano le pagine Facebook altrui e si ergano a haters insultando. Quindi ne risponde chi invita, sia pure utilizzando queste forme molto indirette”.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

Stop ai paraculi, insomma, è il monito del Trio, e a quel sistema molto in voga sui social, e non solo, di lanciare il sasso e nascondere la mano: “Io ho visto questo, andate voi a dirgli qualcosa” oppure “Quel giornalista mi ha trattato male, esprimetegli il vostro dissenso”. Quante volte lo abbiamo letto o sentito anche da pulpiti piuttosto illustri? Ecco, da adesso grazie a questo precedente diciamo che sarà un po’ più difficile poterla nascondere quella mano.

Intanto colui che è stato individuato come il responsabile della shitshorm contro il Trio è stato condannato a 800 euro di multa e a un risarcimento danni che ammonta a 6mila euro, cui si aggiungerà il risarcimento da liquidarsi in separato giudizio civile. “Ora individueremo una causa nobile a cui devolvere la cifra, anzi visto che si tratta di una vicenda nata proprio in radio pensiamo di coinvolgere gli ascoltatori nella scelta” fa sapere il Trio Medusa che, raggiunto telefonicamente da TPI.it, ha espresso piena soddisfazione per questo successo.

“Per noi si tratta di una battaglia di principio, soprattutto per chi non può difendersi in casi come questi. E non intendiamo fermarci qui. Questo è stato il caso più eclatante che ci è accaduto fino a oggi, anche per la quantità di messaggi ricevuti ma noi abbiamo continuato e continueremo a querelare e speriamo che anche altri lo facciano, è una battaglia di civiltà. È giusto far capire a chi usa i social che si risponde penalmente di ciò che si scrive. Se ti incontro per strada, e mi offendi, giustamente ti porto in tribunale, perché sul web dovrebbe essere diverso? Se poi minacci di morte o auguri mali incurabili ai nostri cari non posso far finta di nulla. In questo caso poi la straordinarietà della sentenza sta nell’individuazione del reato di induzione alla diffamazione, un traguardo importante, del quale siamo molto soddisfatti”.
I “fomentatori del web” prendano nota: qualcosa finalmente sta cambiando.

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