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Ricomincio da RaiTre, il programma di Massini e Delogu è un flop

Il nuovo show dello scrittore fiorentino doveva essere una sorta di ripartenza post Covid per gli addetti ai lavori, ma si è rivelato una parata raccogliticcia di amici di amici e parenti. Perché anche la bravura annoia se la struttura è inconsistente

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 14 Dic. 2020 alle 20:25 Aggiornato il 14 Dic. 2020 alle 20:32
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Immagine di copertina

Ricomincio da RaiTre, il programma di Massini e Delogu è un flop

Con gli occhi che brillavano, il consueto entusiasmo e quel piglio (che gli invidio molto) di chi sta raccontando o portando in scena qualcosa di sempre fondamentale per le sorti dell’intera umanità, Stefano Massini ha debuttato sabato in prima serata con “Ricomincio da Raitre“. Fattosi le ossa monologando chez Formigli a “Piazzapulita”, il 45enne scrittore fiorentino ha pensato bene di compiere il grande balzo conducendo e confezionando in tv una passerella di altrui esibizioni teatrali disomogenee legate solo dall’esile tratto comune di essere l’accenno a una sorta di ripartenza post Covid per la gente del mestiere, fiaccata da un anno di carestia.

Nella realtà ne è uscito uno spettacolo sfilacciato, che in una serata per giunta non concorrenziale (per ciò che riguarda proposte analoghe: i competitors teorici erano il Natale di Telethon e la finale di All Together Now) è riuscito a racimolare appena 1.162.000 spettatori, con il 5,2 per cento di share. Una batosta, insomma. Non che Telethon sia andato bene (9 per cento), ma questa è un’altra storia. Accanto a Massini, mai così stranita e apparentemente svogliata (ma forse era soltanto la necessità di vestire un abito espressivo che la nostra intendeva consono al ponderoso livello della serata) c’era la romagnola Andrea Delogu, prezzemolina dei palinsesti Rai in forza nell’agenzia bolognese del potentissimo Beppe Caschetto.

Dopo un divertissement giocando sull’acronimo DPCM, Massini e Delogu (che hanno specificato: “Siamo qui a cercare di fare qualcosa di importante: questa non è una trasmissione, è un gesto politico”) hanno iniziato a far sfilare star senza né capo né coda: Virgilio Sieni e la violoncellista Naomi Berrill hanno accompagnato una surreale danza disarmonica di tre esponenti della terza età. Quelle cose che mandano in brodo di giuggiole le intellighenzie salottiere ma che non riescono ad abbindolare la casalinga di Voghera; una spruzzata di leggero è venuta da Tullio Solenghi e Massimo Lopez nei panni dei due Papi litigiosi: Ratzinger e Bergoglio.

Attenzione, perché volavano battute come: “Ognuno si faccia i Papi suoi“, “Ho cucinato gli strozzapreti” e “C’è il sugo Quattro santi in padella”. Roba da pelle d’oca. A seguire un lunghissimo (davvero troppo lungo) para-spottone al musical “The Full Monty“, con tutto il cast capitanato da Luca Ward e Paolo Conticini. Poteva mancare una telefonata con “l’amico caro” (dice Massini) Adriano Celentano? Il vate (per mancanza di vaticinii e al momento anche di programmi) mescola frasi di buonsenso sulla pandemia a iperboliche costruzioni simil-complottarde sul virus come punizione al degrado sociale del mondo. Per fortuna passa pressoché inosservato.

Alessio Boni, prima di farsi intervistare, recita un dialogo fra Dio e Freud scritto da Eric-Emmanuel Schmitt, mentre Valentina Lodovini in sottoveste (bene tutelato dall’Unesco) si dà a un monologo di Dario Fo e Franca Rame: “Tutta casa, letto e chiesa”. Marco Paolini si palesa in collegamento da un teatro di Mira (Ravenna) e propone un lungo bis tratto dal suo prossimo spettacolo teatrale. Luca e Paolo (anche loro in agenzia con Caschetto) leggono alcune pagine del “Canto di Natale” di Dickens.

Delogu recita un bel testo contro la violenza sulle donne; segue Fiorella Mannoia che dà alcune cifre come testimonial per stigmatizzare lo scempio: durante il lockdown si è registrato un aumento del 119,6 per cento di telefonate al centralino anti-violenza e una donna è stata uccisa ogni tre giorni. In chiusura Francesco Montanari (marito di Delogu), Vinicio Marchioni e lo stesso Massini si producono nell’espediente umoristico più vecchio del mondo dopo le torte in faccia leggendo un elenco di luoghi comuni; la brava Marta Cuscunà gioca con pupazzi raffiguranti suore; ci sono le attrici del teatro palermitano di Emma Dante e (per stare sul leggero) gran finale con il sommo Glauco Mauri che con Roberto Sturno legge Shakespeare.

Qual è il problema di “Ricomincio da Raitre“? Anzitutto, non si fa uno spettacolo mettendo assieme lunghi numeri (alcuni anche di evidente bravura) con un pretesto di unità strutturale talmente esile da essere inconsistente. Perché agli occhi dello spettatore risulterà una parata inevitabilmente raccogliticcia. Se qualcosa ti annoia mortalmente, cambi canale e non torni più, visto che non sai in che cosa potresti imbatterti a seguire. Poi, sarebbe utile non mettersi a giocare seguendo il vecchio schema: amici, parenti e amici degli amici. A mollare il colpo, ci si mette un attimo. E quel 5,2 per cento lo dimostra. Nonostante i conduttori del programma, dati alla mano, si siano affrettati a dichiarare il giorno dopo sui social di aver fatto il doppio del risultato si attendevano.

A parte il fatto che è stupendo dichiararlo a posteriori, non si capisce perché affermarlo con tanta lena, se l’Auditel per loro non risulta poi così importante da accontentarsi di un teorico 2,5 per cento. Suona strano. La verità è che si è gridato al flop per numeri vicini al 5 per cento con programmi in seconda serata su Rai3, figurarsi in prima. Ma tant’è. Si dirà: in fondo è servizio pubblico, non tv commerciale. Il teatro è cultura. La Rai può permettersi (ogni tanto) di fare questi numeri. Vero. Ma occhio che di Tafazzi, anche blasonati, son piene i fossati attorno a Viale Mazzini.

Leggi anche: Ricomincio da RaiTre: tutto quello che c’è da sapere

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