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L’imbarazzante singolo estivo di Ferreri e Lamborghini

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 29 Giu. 2020 alle 17:22 Aggiornato il 29 Giu. 2020 alle 17:29
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Immagine di copertina

La Isla: l’imbarazzante singolo estivo di Giusy Ferreri ed Elettra Lamborghini

Niente. Non si può mai abbassare la guardia. Proprio adesso che il Covid-19 sembrava essersi distratto un attimo, propiziando un’estate un po’ più umana e più vera (per dirla parafrasando Elio e le Storie Tese), ecco che dalla discografia arriva il colpo di grazia. La stilettata che uccide. E non sto parlando di sensuali tacchi 12 da sfoggiare al tramonto.

Il ritornello stagionale che invita bagnini e bagnanti a chiudersi a doppia mandata, per sicurezza, nelle loro cabine, viene dalle voci lamentose di Giusy Ferreri ed Elettra Miura Lamborghini, da oggi in tutti gli store digitali con il nuovo singolo “La Isla”.

Prodotto da Takagi & Ketra, che di solito non sbagliano un colpo (ma stavolta sembrano intenzionati a fare un’eccezione, anche se la popolarità della Lamborghini farà sicuramente premio), è un mix caraibico di salsa e “urban pop” che punta molto sul testo. Se solo ti sforzi di non sentirlo, naturalmente. Ma in qualche modo ti tocca: è compreso nel pacchetto.

Si comincia con le due che a inizio pezzo cantano soavemente il loro nome: “Giusyyy… Elettraaa… Elettra Lamborghini”. In pratica firmano vocalmente e anagraficamente la canzone. Iniziativa didascalica inedita che non si spiega se non come uno shampoo all’ego o un lodevole supporto ai non vedenti. Poi ecco una finta rima quasi arboriana: “Ay papi non mi paghi l’affitto, vogliamo fuggire e aprire un bar solo mojito”. Il contrario di Roberto Carlino: solo sogni, niente solide realtà. L’attaccamento al denaro delle due si manifesta anche nel verso successivo: “Dico non ci sono stelle sul soffitto: mamma lo diceva, sei carino ma non ricco”. Per vedere le stelle in due insomma serve un buon conto corrente: c’è concretezza, ma non è un bel messaggio da dare ai gggiovani. Attenzione perché ora si passa al filosofico; roba che Kant scansati: “Per stare bene trovi sempre una maniera. Non ti fidare che nessuno sa cos’è”. “La felicità è come un’altalena: decidi sempre tu quando scendere”. Messaggi che, come suol dirsi, valgono il prezzo del biglietto. E mentre tu sei lì che ancora ci rimugini sopra, perché troppa profondità spiazza, ecco che arriva il ritornello: “La notte, vicino al faro, il mare si accende, ti porto con me”, canta Giusy. “La notte mi parli piano la isla è lontana, che importa se. Tu mi fai cantareee… Ti giuro, non ho più bisogno di niente. Se stai con ME ME ME… Ti giuro non ho più bisogno di niente”. Ripetuto due volte, perché il concetto arrivi per bene.

Ecco, in quest’ultimo segmento il “ME ME ME” si leva al cielo come un estremo belato destinato ad essere ascoltato anche nelle notti di plenilunio. Giusy ed Elettra giustamente belano la loro felicità vacanziera, sognando amori e papi (sulla parola papi si può equivocare, ma non ditelo a Berlusconi) belli e spendenti. Con la carta oro.

Un clima euforico che può generare anche disagio psicologica. Lo dimostra il verso successivo: “Bella atmosfera, si sta da dio, ti ho scritto tutto in un messaggio e non lo invio”. Già, perché scrivere tutto in un whatsapp e poi non inviarlo al destinatario? Visto che le nostre firmano il pezzo (all’inizio, come d’uso nell’editoria) forse vogliono dare una bella rilettura prima di mandarlo in stampa. E’ professionalità.

La brezza malandrina crea anche sfasamenti temporali: “E’ quasi sera, tu dove sei? Io vado giù a ballare con gli amici miei”. Ma come: un secondo prima era notte, giù al faro?! Che cosa avete, il pedalò del tempo?

Incalza Elettra: “Io fatta così: in amore sincera. Parigi-Dakar corro per la frontiera. C’è qualcosa di te che non trovo in nessuno: papa papi, te lo giuro”. A questo punto a Silvio fischiano decisamente le orecchie. E non per il volume dell’impianto.

Sotto finale, la grande, folgorante presa di coscienza delle firmatarie/interpreti del pezzo: “In queste notti capovolte dovrei pensare meglio a quello che dico”, è la spiazzante ammissione di Giusy. Che forse dovrebbe pensare meglio anche a quello che canta.

La canzone comunque ha un enorme pregio: la brevità. Appena due minuti e trenteasei, che scivolano via come una pista da ballo saponata.

“La Isla”, fra parentesi, è il nome affettuoso col quale abitualmente nelle Baleari si chiama Formentera. Speriamo che dopo questo exploit la Spagna non ci chiuda le frontiere.

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