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Il documentario di Tiziano Ferro: sorrisi pubblici e ceffoni dell’anima (di F. Bagnasco)

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 6 Nov. 2020 alle 17:55 Aggiornato il 6 Nov. 2020 alle 17:58
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Immagine di copertina

Il documentario di Tiziano Ferro: sorrisi pubblici e ceffoni dell’anima (di F. Bagnasco)

Dopo avere nascosto troppo, per troppo tempo, a (quasi) tutti, Tiziano Ferro si accorge di essere cresciuto e ora – al rintocco dei quarant’anni, cifra più che mai simbolica – ha una dannata voglia di raccontarsi, di spiattellare alti e bassi della propria vita distillando confessioni brucianti e intimismo. Malinconia e squarci di verità minimale. Lo fa in bilico tra Milano, Los Angeles e Latina (i suoi tre luoghi geografici di riferimento) nel documentario che porta il suo cognome, Ferro, in onda da oggi, con alcuni extra, su Amazon Prime Video. Regia di Beppe Tufarulo, che cucina tantissime parole e poca musica. Il racconto stavolta si prende tutta la scena.

“Ferro” si apre e si chiude negli Stati Uniti, tra i volti di un gruppo di auto aiuto per alcolisti anonimi che il nostro frequenta, “da quando con le ultime analisi del sangue le transaminasi erano arrivate al limite”, e il fegato aveva alzato bandiera bianca nei confronti di una dipendenza insidiosa, anche psicologicamente. Senza apparenti reticenze e (in alcuni momenti) con commozione ed evidente difficoltà a tornare a riaprire le ferite di un passato che probabilmente fa ancora male, il cantante ha imbastito la storia partendo da una clip inedita di sé stesso ragazzino cicciotttello, capelli lunghi e maglietta low cost da bancarella, alle prese con un pezzo degli 883 intonato in una serata di provincia, forse in un piano bar. Erano gli anni della scuola, delle umiliazioni per quei chili di troppo, di amicizie assenti o sottilmente spietate.

Tiziano Ferro, dall’inizio alla fine: musica come ancora di salvezza

Sino all’approdo alla musica, àncora di salvezza, preso sotto l’ala di Mara Maionchi e Alberto Salerno, produttori in quel di Milano. Ma la discografia non voleva un nuovo idolo delle ragazzine in evidente sovrappeso. “Così ho smesso di mangiare, sono dimagrito e mi hanno fatto incidere il primo disco”, racconta Tiziano. Erano gli anni di Rosso relativo, seguito da 111, il suo massimo peso raggiunto sulla bilancia. Segue il successo, le fan che sbrodolano per lui, ma senza il conforto di una reale felicità erano sorrisi (pubblici) e ceffoni (dell’anima), perché a Ferro mancava l’amore, e sentiva come un peso eccessivo continuare a dover nascondere (con qualche goffo escamotage della solita discografia) la propria omosessualità. Raccontare tutto sembrava follia, un suicidio artistico. Un pianto definitivo al cospetto del suo nuovo manager l’ha convinto a lasciarsi andare, sentendosi in qualche modo protetto.

Gli States sono l’attuale coperta di Linus di Tiziano. Vivere oggi a Los Angeles, fra anonime passeggiate tra le corsie di un supermercato o nella quotidianità della vita domestica con il marito Victor Allen, è una routine che lo rassicura. Anche perché, racconta: “Scrivo molto, ovunque, anche nei bar, e quattro-cinque giorni a settimana ho impegni legati ai gruppi di recupero, sono segretario, faccio da sponsor. Non c’è giudizio, non c’è puntare il dito, o comunque ci si aiuta fra persone che questo problema l’hanno già avuto”. E tutti insieme spostano il macigno. C’è la breve testimonianza di Bianca Balti, amica di Ferro, conosciuta negli States (in occasione di una cena spunta anche Brigitte Nielsen); ci sono Tiziano e Victor che a casa, sul divano, rivedono commossi tutte le immagini del loro matrimonio. Sino alle luci e a qualche ombra dell’ultimo Sanremo vissuto da guest-star.

Quali sono i punti di forza di Ferro

I punti di forza di Ferro, che è ben girato, col piglio finto distratto di chi ammicca allo spettatore mostrando la realtà lievemente (solo lievemente) dal buco della serratura, sono soprattutto legati alla spontaneità delle confessioni più intime del cantante, che non sono poche. Ferro con autoironia arriva a definire l’eccessiva tranquillità della sua storia con Victor: “L’altra metà della mela, l’altra metà del pensionamento”. I limiti stanno invece nella confezione a tratti un po’ troppo sdolcinata, nel voler imbastire un’opera autoesaltativo costruita su scampoli di vita coniugale. È come pretendere di proiettare in mondovisione l’album del proprio viaggio di nozze. Di solito rifuggito da tutti, amici e parentado. Quello di Ferro invece è un po’ speciale e la gente (giustamente) lo vorrà vedere. Perché il nostro ha avuto l’intelligenza di costruire e inaugurare il proprio video monumento equestre senza ripulirlo dalle cacche di piccione. Anzi facendone (paradossalmente) il vero punto di forza.

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