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Giorgio Locatelli: “Chi disprezza gli immigrati non lo sopporto. MasterChef? Mi ha cambiato la vita”

Immagine di copertina
Credit: AGF

Il cuoco e giudice del talent di Sky si racconta in un'intervista a "Gente"

Per l’ottava edizione consecutiva, Giorgio Locatelli ricopre il ruolo di giudice nel talent show di Sky MasterChef al fianco di Antonino Cannavacciuolo e Bruno Barbieri. Lo chef, che ha aperto il suo nuovo ristorante alla National Gallery di Londra, ha raccontato al settimanale Gente di quando sua nonna si è messa a piangere quando ha saputo che voleva intraprendere il lavoro di cuoco: “Diceva che i cuochi sono tutti dei pazzi, degli sporcaccioni: ‘Van sempre a puttane, si ubriacano’, diceva. ‘Guarda i camerieri come sono sempre tutti eleganti!’. Ho amato moltissimo mia nonna, sono cresciuto con lei mentre i miei erano sempre a lavorare, feste e Natali compresi”.

Locatelli, poi, spiega perché a suo avviso MasterChef è un programma di successo: “È un programma che unisce la famiglia: in settimana il papà guarda il calcio, la mamma magari una serie e i figli il tablet, ma il giovedì sera tutti davanti a MasterChef. Magari con un bel take away”. A lui il programma “ha cambiato la vita. È arrivato a un punto in cui già pensavo alla mia vecchiaia, e invece mi ha fatto svoltare. È bello contribuire alla diffusione della cucina”. Le cucine, rivela, non sono più dei posti duri come una volta “perché la tecnologia ci aiuta: una volta entravi alle nove del mattino in cucina e c’erano subito 52 gradi e lì rimanevi fino alle undici di sera. Ora c’è l’induzione, le cappe aspiranti, si sta meglio”.

Di umiliazioni psicologiche, lo chef Locatelli ne ha subite: “A Parigi nei miei 18 mesi al famoso ristorante Tour d’Argent lo chef non mi ha mai chiamato con il mio nome. Mi chiamava ‘rital de merde’, dove rital è lo spregiativo che i francesi riservano agli italiani. Il resto non lo devo tradurre, si capisce”. La sua Locanda è stata un esempio di integrazione: “È stata un’idea di mia moglie: organizzavamo corsi di inglese per i cuochi, gli compravamo i biglietti per il cinema. Bisogna integrare, non accogliere o disprezzare”. Un argomento, quello relativo all’immigrazione, che gli sta particolarmente a cuore: “Io è da 40 anni che sono un immigrato: qui ho aperto quattro business, alla Locanda ho fatto girare quasi duemila persone. È un Paese che ti fa lavorare, che ti fa pagare le tasse, che ti integra. Da noi si disprezza: ma sa che coraggio uno deve avere per mollare tutto, prendere i suoi quattro stracci, salire su una barca e attraversare il mare senza sapere se ci arrivi? Questo coraggio andrebbe premiato”.

Giorgio Locatelli rivela di essere “apolitico” ma “chi disprezza gli immigrati non lo sopporto. Perché io ho visto che la differenza la fa il Paese”. Lo chef, poi, rivela di sentirsi bene dopo la chiusura della sua Locanda perché “ora ho una vita: faccio pilates tutti i giorni, alle 18.30 ho già cenato e alle otto sono davanti al caminetto con un buon libro”. Nessun rimpianto a riguardo: “Troppi costi. Ogni cinque anni ci alzavano l’affitto: i proprietari pensavano che facessimo chissà quali soldi, ma in realtà il locale non rendeva più”. Quindi spiega: “Ai tempi d’oro facevamo 5 milioni di euro all’anno e tolto tutto – affitto, spese, stipendi – ti rimaneva un profitto del 20 per cento, quando andava bene. Meno le tasse… Insomma, io e mia moglie facevamo sì e no 500 mila euro in due. Lavorando sempre. Mattina, sera, weekend, feste. Io la Porsche non me la sono mai comprata. Poi c’è stato il Covid, una batosta. Alla fine eravamo arrivati a un profitto del 5 per cento. I ristoranti di lusso hanno costi enormi: a Carlo Cracco gli partiranno 30 mila euro ogni mattina che apre il suo locale in Galleria, a Milano. Di chef milionari ne conosco pochi”.

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