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Quel velo tra perbenismo e trasgressione che ci ha accompagnato al cinema per anni

Immagine di copertina
Una scena del film Ultimo tango a Parigi

Nel tempo in cui le università e i social discutono su quale sia il limite tra censura e libertà d’espressione, l’Italia abolisce una volta per tutte la censura cinematografica, uno strumento che nel nostro Paese non ha rappresentato solo una forma di controllo dei contenuti, ma ha accompagnato letteralmente la storia del cinema e della società del nostro Paese. La definitiva caduta di un velo che, di fatto, era caduto da molto tempo.

La decisione del ministro Dario Franceschini è stata prima di tutto la presa d’atto che quello strumento che aveva la principale funzione di stabilire quali contenuti potevano essere distribuiti nelle sale e quali no è ormai un residuato bellico di un tempo passato, soprattutto in un momento storico in cui i cinema sono in crisi e il loro futuro è oggetto di grande discussione, non solo per la pandemia, e in cui ciò che viene distribuito e cosa è meglio tagliare fuori passa da altri mezzi, come le nuove piattaforme di distribuzione. Eppure, questo strumento di controllo che ci ha appena salutati racconta molto della nostra società e del nostro cinema.

Nata a inizio Novecento, ovviamente usata con disinvoltura durante il fascismo, è però nel dopoguerra che la censura cinematografica acquisisce un’aura particolare, esercitando un particolare ruolo di velo tra il volto dell’Italia fatto di composti costumi borghesi e perbenisti e l’altra sua faccia, quella che subiva il fascino del proibito e che al tempo stesso voleva emanciparsi e trasgredire di fronte a una certa rigidità. E se fare un film che passava dalla mannaia della censura per alcuni poteva essere una trovata commerciale per attrarre qualche pruriginoso interesse, in altri casi poteva avere un significato politico, legato alla trasgressione per uscire dai tabù di una società diversa da quella di oggi.

Dal 1944 a oggi migliaia di film sono passati sotto la mannaia della censura, 725 respinti in toto e poco più di 10mila accettati con tagli e revisioni, il tutto su circa 34mila titoli usciti nelle sale italiane. Una miriade di pellicole che comprende i generi più diversi e che ha subito revisioni per ragioni che vanno dall’eccessiva violenza, a scene di natura sessuale troppo esplicita.

Lo strumento della censura non andava per le leggere: nel celebre caso di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci fu decretata addirittura la distruzione della pellicola. Fortunatamente, rimasero in circolazione copie clandestine che permisero al film di essere proiettato dopo che nel 1987, 15 anni dopo essere stato girato, venne riabilitato. Una vicenda che non ha fatto altro che contribuire a creare un mito intorno a questo film e alla celebre scena incriminata che vede protagonisti Marlon Brando e Maria Schneider.

Quello di Bertolucci non è l’unico caso di film d’autore a cadere sotto la mannaia della censura: anche Salò e le 110 giornate di Sodoma, esplicito affresco metaforico della repubblica di Salò realizzato da uno dei più grandi intellettuali del Novecento come Pier Paolo Pasolini finì al centro delle attenzioni della commissione per la revisione cinematografica, e come lui potremmo citarne molti altri, come Stanley Kubrick per il suo Arancia Meccanica.

Il transito sotto la lente d’ingrandimento della censura fu dunque un rito di passaggio per molti film senza esclusione di colpi, dai b-movie al cinema d’autore, da contenuti sessualmente espliciti, o troppo violenti, o ritenuti per altre ragioni inopportuni. Si va da film di cui è stata proibita in tutto e per tutto la distribuzione, ad altri tagliati, alterati, costretti a importanti revisioni nel titolo e nel montaggio.

E così, taglio dopo taglio compiuti da un istituto che se vogliamo possiamo anche definire retrogrado, moralista o illiberale, quella grande industria che era il cinema italiano sfornava film su film che in un modo o nell’altro stimolavano quel gusto del proibito, vuoi con immagini discinte, vuoi con film che sfociavano nel volgare. Chi per senso di libertà, chi per pruriginoso voyeurismo, chi perché soffocato dal clima che si respirava in un’Italia attraversata da grandi contrapposizioni politiche e stretta nella morsa degli anni di piombo, per decenni in tanti hanno popolato le sale per vedere questi film passati dall’indice delle pellicole proibite, contribuendo a sviluppare interi generi “d’exploitation” che, come vini invecchiati, sono stati spesso riscoperti in tempi più recenti anche a livello internazionale. Chissà in quanti, nel 1982, avrebbero mai immaginato che “W la Foca” di Nando Cicero sarebbe stato proiettato 22 anni dopo al festival del cinema di Venezia.

Col passare del tempo, quello che ieri era passibile di censura è stato accettato dal senso comune. Tanti attori che ieri comparivano in commedie sexy o poliziotteschi hanno trovato casa nelle serie tv sulle principali emittenti televisive del Paese, tanti temi e immagini un tempo tabù, oggi sono completamente sdoganati. Ma la censura ha continuato a lavorare, anche quando sembrava un retaggio di tempi passati: l’ultima volta nel 2012, con il film Morituris, un film horror di Raffaele Picchio in cui alcuni gladiatori riemergono dall’oltretomba come zombie per vendicare una violenza compiuta dove sono sepolti.

Ma oggi cosa resta della commissione di revisione cinematografica? Cosa può più fare un’autorità il cui principale compito è decidere cosa va in sala e cosa no, in un tempo in cui il futuro delle sale cinematografiche è più che mai in discussione e in cui i film vengono distribuiti sempre più attraverso nuovi mezzi?

Poco o nulla, ma se da un lato un velo è caduto, un altro se ne è sollevato. In un momento storico in cui le piattaforme hanno un ampio controllo dei contenuti, quel concetto di trasgressione che assumeva il significato di sfidare un tabù diviene quasi superfluo. In un momento in cui impazza la cancel culture nel mondo del cinema sembra quasi che all’andare oltre, che al toccare temi spinosi, al portare storie scottanti e immagini brucianti e abrasive come quelle di Pasolini o Kubrick si preferisce trovare film e immagini del passato da nascondere e mettere all’indice, in una sorta di gara di zelo. Se la commissione per la censura se ne è andata in soffitta, speriamo con essa non ci vada anche la trasgressione.

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