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Yarmouk un’attesa lunga 460 giorni

Immagine di copertina

la foto della distesa oceanica di persone in fila per il cibo nel quartiere palestinese di Damasco. Sotto assedio da novembre 2012

Anch’io come molti di voi sono rimasta impressionata dalla struggente intensità della foto scattata da Unrwa (la missione Onu che si occupa dei profughi palestinesi nel mondo arabo) nel campo di Yarmouk a Damasco. Se non l’avete vista vi consiglio di farlo, io però ho preferito condividere questo video, che contestualizza quella foto. La scelta è più che altro strumentale, lo scatto immortala una quantità così straripante di gente in fila per prendere i pacchi alimentari, che sembra finta. Sembra il frutto di una perversa e cinica aggiustatina, inflitta da chi ,con questo genere di campagne, avvia raccolte fondi milionarie.

E invece no, è tutto vero. Questo è il video che anima quella folla inerme nella foto.

È qui che si muove la scenografia puntinista di quel quadro post-impressionista. Ha ragione la giornalista Paola Caridi, nel suo blog (invisiblearabs.com) “La disperante intensità di questa foto mi conferma che ora non è il tempo dei giornalisti. È, ancora una volta, il tempo degli artisti, perché loro – fotografi o registi o scrittori – riescono a raccontare la guerra come noi non siamo più capaci”. Più passa il tempo e più diventa difficile raccontare una guerra.

 Se fossi stata a Yarmouk davanti a quelle decine di migliaia di persone forse avrei iniziato col descrivere la dignità delle donne. Sono in fila con i loro abiti migliori, i foulard in testa puliti e stirati. Avrei iniziato con una domanda: come siete riuscite a lavarvi durante i 460 giorni di assedio? Con cosa avete nutrito i vostri figli durante gli ultimi 460 giorni? Come avete fatto a non abbandonarvi alla degrado in questi 460 giorni? 

Era novembre del 2012 quando intervistai i primi profughi di Yarmouk che arrivavano a Beirut, in un altro campo profughi, quello di Sabra. Solo che tra i due campi c’era un’enorme differenza. Perché prima di ridursi in quelle macerie che vedete, il campo di Yarmouk era un quartiere vero, con delle case vere, in palazzine vere, la parola “campo”, “mukhaiam”, era solo un totem nostalgico che rappresentava la temporaneità e il diritto al ritorno, in Palestina.

A Sabra invece la parola “campo”, “mukhaiam”, significa acqua salata dai rubinetti. Assenza di elettricità, di igiene e di un sistema fognario. Certo, ci sono il diritto al ritorno e alla resistenza, garantiti entrambi da molti partititi politici libanesi, peccato solo che non rendono l’acqua potabile, né le toilettes agibili.

È così che vivono centinaia di migliaia di palestinesi-siriani in Libano, “i più profughi tra i profughi” o

“i doppiamente profughi”.

Nel video c’è solo una signora sporca, è una vecchina avvolta da un manto di carbone. Contro il freddo a Yarmouk, ci si scalda solo bruciando qualcosa. L’anziana donna riesce a salire una collina di detriti aiutata da alcuni volontari. L’immagine evoca il quadro La fuga di Enea, che sorregge Anchise sulle spalle, di Charles-André van Loo, esposta al Louvre. Forse anche quella foto impressionante ispirerà un quadro altrettanto famoso, peccato solo che a Yarmouk, la disperazione, è ancora ingiustificatamente vera.

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