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Tango libre

Immagine di copertina

un film non riuscito

Tango Libre, nonostante le promettenti premesse, è un film non riuscito. La regia, del belga Frederic Fonteyne, appare inizialmente brillante e priva di abbellimenti stilistici, concentrata sul carcere e sulla relazione pericolosa tra Alice (Anne Paulicevich), i suoi due uomini, Fernand (Sergi López) e Dominic (Jan Hammenecker) – entrambi arrestati per omicidio – e il protagonista, la guardia carceraria Jean – Christophe (François Damiens), che, conoscendo lei per caso durante una lezione di tango, se ne innamora fino all’ossessione, scatenando furiose gelosie. Coinvolto nella relazione a doppio legame, oltre Fernand, Dominic e la guardia, c’è anche il figlio adolescente di Alice (Zacharie Chasseriaud), che vediamo fin da subito profondamente turbato dagli incontri con i due padri carcerati, ed edipicamente legato alla madre.

Il tango diventa anche però motivo di solidarietà tra i detenuti a partire dal momento in cui il marito di Alice, spinto dalla gelosia per il rapporto privilegiato tra sua moglie e Jean-Christophe, chiede a un detenuto argentino di insegnargli i passi. Fin qui tutto volge al meglio, sono presentati una serie di conflitti che sarebbe valsa la pena portare avanti fino in fondo. Purtroppo invece i conflitti tra l’uomo e l’amante, quelli tra madre e figlio e soprattutto quelli interni ed esterni al protagonista, vengono risolti con una trovata fantasiosa e ingenua, trasformando la tragicità e profondità del film in una visione falsa e consolatoria, che elude ogni immedesimazione.

In primo luogo il protagonista è fiacco, inerme, subisce l’innamoramento, così come subisce la rabbia dei carcerati e la furia del figlio di Alice. Ci si immedesima in tutti i personaggi tranne che nel protagonista. Inoltre le dinamiche relazionali tra il marito e l’amante non sono chiare. A un certo punto c’è un tentato suicidio non andato a buon fine. C’è una pistola nelle mani dell’adolescente che non sparerà mai, se non contro un soffitto. C’è una linea che inizialmente appariva fortissima, quella del tango nelle carceri, quindi la possibilità che una forma d’arte possa ridare vita e speranza a gente completamente distrutta dalla propria condanna, abbandonata invece in vista della figura di questa donna, della sua indecisione nei rapporti, e di fatti che si sarebbero potuti tranquillamente raccontare senza tirare in ballo un problema sociale serio come quello della vita nelle carceri. È come se la lama non affondasse mai da nessuna parte. Un peccato, vista la potenza invece proprio delle scene di tango maschile all’interno della prigione.

Per non parlare del finale che oltre a essere consolatorio, si rivela anche non credibile e fasullo. Manca il coraggio nella regia, una presa di posizione netta. L’indecisione si estende anche al tema. Se inizialmente si può avere il dubbio che si voglia affrontare un tema sociale, in un secondo momento, al centro della scena, vediamo invece il tema sentimentale. C’è anche una stigmatizzazione della figura femminile, verso quella banalissima e anche un po’ noiosa della femme fatale, incapace di amare eppure sensibile, incapace di scegliere eppure determinata nella messa in scena del proprio personaggio, di facili costumi eppure irraggiungibile. Questo tipo di donna non è una donna, è un modello maschile, anzi è il modello maschile, il modo in cui l’uomo immagina il perfetto femmineo, quel che accomuna santità e prostituzione, dove però non esistono sfumature ma solo due cromie tra loro antitetiche. Questo modello di donna, in ultima analisi, risulta abusato e noioso. Del film si salvano solo le scene iniziali e quelle di tango, in cui per un attimo si sente la forza dei corpi, il loro desiderio di libertà, nonostante, e forse proprio a causa, della prigionia.

 

di Ilaria Palomba

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