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Morsa alla libertà di informazione

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I giornalisti che diventano parte del loro racconto

Butta il sasso e tira indietro la mano. Ancora una volta il general Sisi “annuncia” di candidarsi alle prossime presidenziali ( questa volta attraverso un’intervista rilasciata a un quotidiano del Q8) e poi l’esercito ritratta dicendo che non ha lanciato la sua candidatura ufficialmente. L’idea è che tutte queste notizie, seguite da smentite, siano uno strumento per capire le eventuali reazioni che una reale candidatura di Sisi potrebbe scatenare. Dentro, ma soprattutto fuori dall’Egitto.

Cronaca a parte, in questi giorni la vera storia in Egitto è quella che coinvolge i giornalisti finiti dietro le sbarre, quelli fuggiti dopo una serie di minacce e quelli che cercano di lottare per tutti loro.

A far montare il caso è stato l’arresto dei quattro colleghi di Al-Jazeera, accusati di aver cercato di dare voce ai “terroristi” ovvero agli islamisti. In tv è anche andato in onda questo video, girato all’hotel Mariott, che ricostruisce il loro arresto, montato in modo da tale da sostenere questa misura repressiva delle autorità.

Dal carcere di Tora, quello dove stava Mubarak e dove ora ci sono quasi tutti i leader islamisti tranne Mursi, l’inviato di Al Jazeera Peter Greste continua a scrivere qualche riga che riesce a fare arrivare all’esterno. “I giornalisti non sono mai destinati a diventare parte della storia” che raccontano. Ma la campagna internazionale che si è mobilitata a sostegno di questi giornalisti – coinvolgendo colleghi e arrivando a fare parlare la Casa Bianca – ha fatto di questa questione un neo sempre più grosso di quel regime che sta facendo i salti mortali per rappresentare al mondo intero la sua legittimità popolare e il suo volto democratico.

Quando il caso scoppio, firmammo una petizione per chiedere il rilascio di questi colleghi. Da allora la campagna è montata.

Qui trovate un video delle manifestazioni tenutesi in Kenya, dove Greste lavorava come corrispondente.

Dietro questa stretta alla libertà di informazione pare esserci la volontà del governo di controllare quelle voci – in primis quella Al Jazeera che ha sostenuto gli islamisti- che non ama sentire. L’Egitto oggi, non è un paese per giornalisti.

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