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Mezzo secolo di Adelphi

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Autobiografia di un aficionado

Sarà stato l’Hobbit di Tolkien o Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis.

No, ora che ricordo bene il primo Adelphi che ho letto è stato Divertimento 1889 di Guido Morselli, nell’estate del ’92, trascorsa in un paesino noiosissimo dello Schwaben, non lontano dall’eremo di Wilflingen in cui Ernst Jünger consumava gli ultimi anni della sua vita.

Poi c’è stata l’iniziazione a Bruce Chatwin, Il Trattato del Ribelle di Jünger, i libri di Manlio Sgalambro e Tommaso Landolfi, Parigi o cara e Lettere da Londra di Arbasino, Diario notturno di Ennio Flaiano fino a Ecce Homo di Nietzsche con la dedica insuperabile di chi me ne fece dono: “L’unica possibilità di percepire e comprendere il tono sottile e ironico di Ecce Homo forse è nell’avvicinarsi a quel modello di lettore perfetto delineato dallo stesso Nietzsche, ‘un mostro di coraggio e curiosità, con in più qualcosa di malleabile, di astuto, di attento, un avventuriero e un esploratore nato’. E allora chi meglio di te ?”.

Solo oggi, ripercorrendo venti anni di letture, mi accorgo di essere un adelphiano atipico, poco attratto dai mitteleuropei e dagli esoterici che formano il cuore del catalogo Adelphi, e molto più incline alle riscoperte degli italiani.

Ma nel ricordo di questi anni da aficionado, la gioia più grande me la danno gli Adelphi che non ho mai letto.

Vite immaginarie di Marcel Schwob, Vite brevi di uomini eminenti di John Aubrey, Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, L’unico e la sua proprietà di Max Stirner. Allineati in uno scaffale mi fissano da tempo, a volte li apro, li sfoglio per pochi secondi, li rimetto al loro posto. È il piacere dell’attesa, di rimandare all’infinito l’incontro con loro.

Adelphi compie questa settimana 50 anni. È giusto che l’ultima parola spetti al fondatore che per l’occasione delle celebrazioni ha voluto rievocare questa avventura dello spirito in un libro appena uscito, L’impronta dell’editore: “…l’uomo che tracciò il primo programma di Adelphi negli anni Sessanta è Roberto Bazlen. Di Bazlen potrei dire innanzitutto che era forse l’uomo più religioso che abbia conosciuto e certamente il meno bigotto. Le sue letture erano sterminate, ma in fondo un solo genere di libri lo appassionava, qualsiasi forma avesse e a qualsiasi epoca o civiltà appartenesse: quel genere di libri che sono un esperimento della conoscenza e, come tali possono trasmutarsi nell’esperienza di chi li legge, trasformandola a sua volta”.

Se avremo la fortuna di vivere a lungo come Ernst Jünger, non ci faremo sfuggire i festeggiamenti del centenario di casa Adelphi.

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