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La violenza non esiste più

Ne "Il declino della violenza", Steven Pinker racconta il migliore dei mondi possibili: il nostro.

Di The Book Internazionale
Pubblicato il 16 Giu. 2013 alle 17:47
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Immagine di copertina

Viviamo nel migliore dei mondi possibili, o almeno nel migliore da millenni a questa parte.

Questa, in breve, la tesi che Steven Pinker sviluppa nel torrenziale saggio “Il declino della violenza”, edito da Mondadori.

Come scrive l’autore nella prefazione: “L’argomento di questo libro è forse il fatto più importante della storia dell’umanità. Che ci crediate o no, la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della storia della nostra specie”. Nonostante l’uomo del Duemila passi le notti in bianco angosciato da terrorismo, criminalità e guerre, le sue probabilità di morire in maniera violenta sono ai minimi. Da sempre.

Con buona pace dei “bei tempi andati”. Dall’incubo hobbesiano della preistoria, passando per brutalità medievali, Inquisizioni spagnole e due Guerre Mondiali , fino arrivare ai mitici anni Sessanta, certo non paragonabili al medioevo ma particolarmente sanguinosi (basta pensare al destino di quasi tutti i protagonisti dell’epoca – dai Kennedy a  Malcolm X- per realizzare che insieme alle Stratocaster risuonavano anche i Winchester). 

L’harvardiano Pinker – un po’ Virgilio un po’ Beatrice – ci accompagna in un inferno di morte e sofferenze che dura millenni, estraendo dalla sua cassetta degli attrezzi ora una teoria antropologica, ora studi di neuroscienze, ora trattati di politologia. E statistiche, una miriade di statistiche, lì a confermare che l’arco della storia tende verso la pace.

Pinker spiega che l’umanità è passata dalla carneficina degli albori alla relativa sicurezza moderna attraversando sei diverse “rivoluzioni” culturali, ognuna delle quali ha avuto come risultato il progressivo declino  della violenza.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

Fra gli elementi decisivi, la formazione di stati democratici, il commercio globale, le organizzazioni internazionali; ma anche, curiosamente, la diffusione di grandi romanzi, (come “Oliver Twist “o “La Capanna dello zio Tom”) cui va il merito di aver denunciato gli orrori contemporanei e di aver fatto immedesimare i lettori con le vittime di quelle storture.

L’impianto ottimistico del saggio, per quanto giustificato, a tratti sembra inopportuno quando si guarda ai numeri dei morti in conflitti o violenze attuali. Che oggi, in proporzione, si muoia meno che ieri e molto meno che l’altro ieri è una magra consolazione per gli abitanti della Siria o del Messico. Scontato, quindi, l’articolo su Foreign Policy di John Arquilla , che ha accusato Pinker di indorare la pillola (la replica dell’autore è stata, prevedibilmente, una cascata di dati difficilmente discutibili).

Che si faccia parte del club degli ottimisti scientifici, o dei pessimisti che pensano che la violenza continui a insanguinare il globo, “Il declino della violenza” è un classico immediato, con cui bisogna fare i conti. Ma è anche l’ avvincente romanzo di formazione di un’umanità in lotta contro il suo lato oscuro, scritto con uno stile fresco e irriverente. Paradossalmente, un libro che non sfigurerà sotto l’ombrellone.

a cura di Gian Maria Volpicelli

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