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François e la Missione Universale

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Perché le idee passano, ma Parigi è sempre Parigi

Diciamocela tutta: l’intervento militare francese nel nord del Mali è stato sacrosanto.

Era stata propria l’incapacità del governo di Bamako, nel sedare la rivolta dei tuareg del nord, a portare al colpo di stato nel paese e ad una paralisi politico-istituzionale capace di rendere i seguaci di Al-Qaeda i veri padroni della partita.

Da qui l’intervento dell’esercito francese, che per forza di cose ha ancora un canale privilegiato con le sue ex colonie africane. Probabilmente il senso di colpa per aver diviso i vecchi possedimenti dell’Africa occidentale ed equatoriale (allora un blocco granitico alle dipendenze di Parigi) e per aver disegnato col righello i confini degli stati nazionali della zona (tralasciando del tutto la complessa realtà dell’Azawad) ha giocato un ruolo non secondario nella scelta interventista di Hollande.

L’unico dilemma che ci si pone, a seguito del 350 soldati francesi inviati nella Repubblica Centroafricana, è il seguente: ma non era finita la missione universale? Hollande non perseguiva fieramente e con leggittimità la politica del non-in, non-in (non indifferenza, non interferenza) nei confronti delle sue ex colonie prediligendo specifici interventi per lo sviluppo dell’area (tradotto: la missione universale francese scambiata per i pescatori confuciani a cui occorre “insegnargli a pescare anziché dargli la canna da pesca”)?

Le ipotesi sono due: o c’è stato un cambio di rotta drastico da parte di Hollande nel suo approccio alla politica estera oppure, anche questa volta, la continuità della diplomazia francese ha avuto la meglio sul continuum destra-sinistra.

L’aspirazione è che la seconda di queste ipotesi sia veritiera: molta sinistra europea, anche qui in Italia, smetterebbe di elevare Hollande al rango di musa ispiratrice.

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