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Fede e Fatti

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Meglio una fede che si propone con la naturalezza delle cose buone, che una fede aggressivamente ostentata.

Sono in giro per Lusaka per riprendere contatto con qualche vecchio amico, e, naturalmente, per farmi fare qualche preventivo per ristrutturare la scuola di computer a Mthunzi, il centro per bambini di strada. Lavoro e progetti per il futuro non mancano mai.

Vedo sulla Cairo Road un grande cartello che reclamizza Gesù come fosse una bevanda gassata. Mi infastidisce, e da quel momento noto con crescente irritazione le solite scritte sui vari mezzi di trasporto: “Jesus saves” è la più comune, e poi ci sono “Jesus is the way”, “Jesus is the answer” fino al categorico “Repent, the end is near”.

La fede non può essere un fatto puramente privato, non la si deve nascondere, ma non la si può neanche reclamizzare, buttarla in faccia agli altri. Ho sì il diritto e il dovere di manifestare la fede, ma con gesti semplici, educati e rispettosi degli altri. Meglio una fede che si propone con la naturalezza delle cose buone, che una fede aggressivamente ostentata. La fede più è granitica più si fa per gli altri proposta discreta e fraterna. Forse è un discorso difficile da far capire in un Paese come la Zambia, il cui presidente, una ventina d’anni fa, si sentì in dovere di proclamarsi ufficialmente cristiano. Lo stesso presidente che finì i suoi giorni trascinato di tribunale in tribunale, schiacciato da accuse di corruzione.

Sto pensando come proporre queste riflessioni ai quattro ragazzini che mi fanno da scorta, pomposamente auto-definitisi mie “guardie del corpo”, quando improvvisamente ci sorprende un acquazzone. Non è normale, la stagione delle piogge sembrava conclusa da un pezzo. Ci rifugiamo, ormai già bagnati, fra la vetrina e la porta d’ingresso di un negozietto. È un negozio di dolci, vorrei cambiare posizione per non esporre i ragazzi a tentazione, ma non è possibile, lo scroscio si fa più forte. Dopo pochi secondi si apre la porta e una signora, inconfondibilmente indiana per la fisionomia, l’abbigliamento e il “terzo occhio” nel bel mezzo della fronte, ci invita a ripararci all’interno, parlando senza sosta. “Non ti ricordi di me? Non ero ancora sposata quando trent’anni fa venivi nel negozio di alimentari e granaglie di mio padre, vicino all’ufficio del vescovo. Ti chiese come mai comperavi riso e farina da polenta in sacchi da 90 Kg, e tu gli spiegasti che avevi una “famiglia” un po’ anomala, ti faceva degli sconti e ti teneva da parte le cose, come il pesce secco, che allora a Lusaka si faceva fatica a trovare. Te lo ricordi? Era pelato, con una gran barba che si tingeva di arancione. Noi siamo di religione indù e mio padre mi ha sempre insegnato a rispettare i poveri. Adesso vedo che hai ancora una famiglia numerosa!”. Mentre parla ha preparato una tazza di tè per me e un piatto con un dolcetto a testa per i ragazzini, che la guardano increduli: agli occhi degli zambiani poveri gli indiani sono tutti ricchi e arroganti. Quando l’acquazzone è finito, ci accompagna fin fuori alla porta, per assicurarsi che davvero non piova più, sempre parlando, augurandoci un buon rientro a casa, mentre già ci avviamo verso il luogo in cui abbiamo parcheggiato l’auto.

Un gesto gratuito di attenzione e servizio che ci ha cambiato la giornata. La fede si comunica così, con gesti semplici che nascono da una convinzione interiore. Adesso ho l’esempio per i ragazzi. Altro che proclami presidenziali e scritte a caratteri cubitali. In tono minore, col sorriso e la chiacchiera debordante, la signora indù ha avuto lo stesso atteggiamento di servizio del samaritano che scendeva da Gerusalemme a Gerico. La fede che ti fa diventare prossimo di tutti.

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