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Erdoğan ha già perso

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L'arroganza del potere che ha alimentato la protesta di Occupy Istanbul

“What’s happenning in Turkey?”. Una settimana dopo l’esplosione degli scontri, e dodici giorni dopo l’inizio della protesta, il punto di vista del movimento nato dalla difesa del parco Gezi ha trovato un’interpretazione autentica nella risposta al titolo della pagina promozionale acquistata sul New York Times con una colletta: “Il popolo turco ha parlato: non ci faremo opprimere”. Quello del governo, pur nelle parzialissime scuse per la repressione del premier Tayyip Erdoğan e nei sempre ambigui accenni di revisione dei progetti di trasformazione urbanistica di piazza Taksim, pure: è una protesta politica, non sociale, di una minoranza che cerca di ottenere con la violenza quello che da almeno un decennio non riesce a conquistare nelle urne.

Se fare previsioni sugli esiti di questa rivolta popolare rischia di essere un’operazione presuntuosa, una cosa è chiara: comunque vadano le prossime, decisive giornate, un perdente politico c’è già, ed è Erdoğan. Il premier che i critici volevano “sultano” ha dimostrato di esserne una buona versione contemporanea. Difficile altrimenti spiegare l’atteggiamento miope che ha portato ad alimentare la protesta proprio attraverso la repressione. Tra le migliaia di immagini che girano sul web impazzito per la rivolta turca ce n’è una che lo spiega bene, parafrasando la réclame di una marca di cellulari: “Tayyip, connecting people”.

È stato senza dubbio questo uno degli effetti neppure troppo imprevedibili della violenza della polizia. Nulla di straordinario, per un Paese i cui standard di gestione del dissenso sono da anni largamente al di sotto di quelli europei. Cannoni ad acqua e lacrimogeni come se piovesse, accompagnati dal venefico gas urticante, sono strumenti quotidiani per le forze dell’ordine in Turchia. In buona parte delle manifestazioni a cui ho assistito negli ultimi anni a Istanbul, da Tarlabaşı alle periferie, è così che la polizia frenava le proteste, con poca cura dei destinatari: una repressione che più volte ha colpito anche alcuni deputati, soprattutto curdi.

Nei giorni di Occupy Istanbul è cambiato il nemico ma non i metodi, dispiegati su scala molto più vasta. Eppure, il potere è una macchina complessa, di cui non si può presumere una cieca continuità. E allora, come è possibile che Erdoğan non abbia capito quando fermarsi, quando la repressione si sarebbe trasformata in un boomerang in grado di rafforzare il movimento di protesta, quando bisognava cambiare strumenti per non cambiare il governo?

Molti amici turchi, dopo giorni e notti passate a manifestare, dicono che è semplicemente, tragicamente, “l’arroganza del potere”. Di certo, il ritorno negativo in termini di immagine e consapevolezza sociale per il governo turco è enorme, in patria e fuori. Come potrà questa Istanbul, finora per molti favorita, a ricevere l’assegnazione dei Giochi Olimpici tra tre mesi a Buenos Aires? Come potrà il premier continuare a rappresentare all’estero una società pacificata nel segno dello sviluppo economico? Come potrà l’Akp continuare a ignorare le richieste di una fetta importante – anche se non maggioritaria – della Turchia? Dall’inizio della rivolta non sono passate neppure due settimane, ma Erdoğan ha già perso.

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