Cosa contengono le sigarette a tabacco riscaldato?
Chi si avvicina per la prima volta al mondo del tabacco riscaldato si chiede spesso cosa contengano le sigarette che utilizzano questa tecnologia. La risposta più semplice è acqua, glicerolo, nicotina e aromi del tabacco, insieme a una quantità ridotta di sostanze chimiche derivate dal riscaldamento. Per capire davvero di cosa si tratta, però, è utile confrontare questa composizione con quella del fumo prodotto dalla combustione delle sigarette tradizionali e con i liquidi delle sigarette elettroniche.
L’aerosol generato dai dispositivi a tabacco riscaldato è composto principalmente da acqua e glicerolo, in cui sono disciolti nicotina e aromi provenienti dal tabacco. A differenza del fumo tradizionale, non contiene cenere né residui visibili di combustione, perché il tabacco non viene mai portato a temperatura di bruciatura.
Il tabacco viene riscaldato a una temperatura compresa tra 250°C e 350°C, molto più bassa rispetto a quella di una sigaretta tradizionale, che raggiunge il punto di combustione intorno ai 400°C e può superare gli 800°C nel punto di incandescenza. È proprio questa differenza di temperatura a determinare una composizione dell’aerosol diversa da quella del fumo.
La quota più consistente di ciò che viene inalato è rappresentata da poche sostanze di base, a cui si aggiungono nicotina e aromi. In sintesi, l’aerosol del tabacco riscaldato è composto da:
- acqua, che costituisce la base della sospensione liquida;
- glicerolo, aggiunto (o naturalmente presente nel tabacco lavorato) per favorire la formazione del vapore;
- nicotina, estratta direttamente dalle foglie di tabacco durante il riscaldamento;
- aromi del tabacco, rilasciati anch’essi dal riscaldamento delle foglie, senza aggiunta di aromi alimentari esterni.
Oltre a queste componenti principali, una quota minoritaria ma non trascurabile dell’aerosol è costituita da sostanze che si formano per degradazione termica del glicerolo e del tabacco stesso. Tra queste rientrano alcuni composti carbonilici, come la formaldeide, generalmente presenti in concentrazioni più basse rispetto al fumo di sigaretta tradizionale, proprio perché le temperature in gioco sono nettamente inferiori.
Le quantità esatte variano da dispositivo a dispositivo e sono oggetto di analisi da parte di enti regolatori e centri di ricerca indipendenti, che continuano a monitorare l’evoluzione di questi prodotti e la loro composizione chimica nel tempo.
Il termine “aerosol” indica una sospensione di piccole particelle liquide nell’aria, generata dal riscaldamento del tabacco e non dalla sua combustione. Il fumo, invece, è il risultato di un processo di combustione che produce anche cenere e monossido di carbonio in quantità significative.
La combustione libera energia sotto forma di calore e luce e comporta la trasformazione chimica del materiale bruciato, con la conseguente produzione di un numero molto elevato di sostanze, alcune delle quali classificate come nocive o potenzialmente nocive. Il riscaldamento, restando sotto la soglia di combustione, limita questo processo: il tabacco rilascia i suoi componenti volatili (nicotina e aromi) senza bruciare, e per questo l’espressione più corretta è “aerosol” e non “fumo”.
Questa distinzione non è solo terminologica, ma va comunque contestualizzata. Alcuni studi indipendenti hanno infatti rilevato anche particelle solide di carbonio nell’espirato di alcuni dispositivi, un elemento che porterebbe ad avvicinare questi prodotti, almeno in parte, alla definizione di fumo a tutti gli effetti. Il dibattito tra industria e ricerca indipendente su quanto la definizione di “aerosol” descriva completamente ciò che viene effettivamente inalato resta quindi aperto.
La differenza principale tra i due prodotti nasce dal processo di combustione, presente solo nella sigaretta tradizionale. Bruciare il tabacco a temperature che possono superare gli 800°C produce fumo, cenere e un numero elevato di sostanze chimiche, comprese quelle classificate come nocive o potenzialmente nocive dalle autorità sanitarie.
- Sigaretta tradizionale: combustione a partire da circa 400°C, con punte fino a 800°C nel punto di incandescenza.
- Tabacco riscaldato: riscaldamento controllato tra 250°C e 350°C, senza mai raggiungere il punto di combustione.
Il tabacco riscaldato, non raggiungendo mai il punto di combustione, produce un aerosol che secondo diversi studi contiene una quantità inferiore di sostanze nocive rispetto al fumo di sigaretta. Questo non significa che il prodotto sia privo di rischi: la nicotina resta una sostanza che crea dipendenza ed è comunque presente insieme ad altri composti chimici, seppur in quantità ridotta rispetto alla combustione.
La differenza più evidente tra le due categorie riguarda la presenza o meno di tabacco reale. Pur condividendo l’assenza di combustione, i due prodotti restano tecnicamente molto diversi già a partire dai materiali di base.
Le sigarette elettroniche non contengono tabacco: il loro liquido è generalmente composto da:
- glicerina vegetale (VG);
- glicole propilenico (PG);
- acqua;
- aromi alimentari;
- nicotina, in alcuni casi, estratta dal tabacco e aggiunta successivamente al liquido.
I dispositivi a tabacco riscaldato, invece, utilizzano stick contenenti foglie di tabacco lavorate, più corti rispetto a una sigaretta tradizionale ma composti dalla stessa pianta. La nicotina e gli aromi che si ritrovano nell’aerosol derivano quindi direttamente dal tabacco riscaldato, e non da un liquido preparato in laboratorio. È una distinzione che incide anche sull’esperienza sensoriale, più vicina a quella di una sigaretta tradizionale rispetto a quella offerta da una e-cig.
Uno stick di tabacco riscaldato è composto da foglie di tabacco lavorate, spesso miscelate con una piccola quantità di glicerolo che favorisce la formazione dell’aerosol. Le dimensioni sono ridotte rispetto a una sigaretta tradizionale, perché lo stick è progettato per essere inserito in un dispositivo specifico che lo riscalda senza bruciarlo.
A seconda del modello, l’elemento riscaldante può agire in due modi diversi:
- Outside-in: il calore viene generato dall’esterno verso l’interno dello stick;
- Inside-out: il calore viene generato dall’interno verso l’esterno, sfruttando il tabacco stesso come isolante, con benefici sulla velocità di riscaldamento e sulla durata della batteria.
Sul mercato, i dispositivi più recenti tendono a privilegiare sistemi di riscaldamento inside-out, proprio perché consentono una gestione più precisa della temperatura e un utilizzo più efficiente della batteria. La scelta del materiale con cui è realizzato l’elemento riscaldante, così come la sua posizione rispetto allo stick, incide direttamente sulla costanza con cui vengono rilasciati aromi e nicotina durante l’intera sessione.
Dispositivi come quelli di Pulze utilizzano ad esempio un elemento riscaldante in ceramica a contatto diretto con lo stick, mantenendo la temperatura entro un intervallo controllato tra 250°C e 350°C, con l’obiettivo di garantire un rilascio costante di aromi e nicotina senza superare mai la soglia di combustione.
Questo tipo di soluzione tecnica riflette una tendenza più ampia del settore. Man mano che la tecnologia si è evoluta, i produttori hanno cercato di rendere il controllo della temperatura sempre più stabile e prevedibile, riducendo le oscillazioni che potrebbero influire sia sull’esperienza d’uso sia sulla composizione dell’aerosol generato ad ogni sessione.
La riduzione delle sostanze nocive nell’aerosol rispetto al fumo di sigaretta è un dato riportato da diversi studi, ma non equivale a dire che il prodotto sia sicuro. Gli enti sanitari, comprese le autorità italiane ed europee, sottolineano che il tabacco riscaldato non è privo di rischi e che la nicotina in esso contenuta crea comunque dipendenza.
Le analisi di laboratorio condotte sia dai produttori sia da centri di ricerca indipendenti confrontano generalmente l’aerosol del tabacco riscaldato con il fumo di una sigaretta di riferimento, misurando la concentrazione di sostanze considerate nocive o potenzialmente nocive dalle autorità sanitarie internazionali. I risultati indicano, nella maggior parte dei casi, concentrazioni inferiori rispetto al fumo tradizionale.
Il dibattito scientifico resta comunque aperto su alcuni fronti. Alcuni ricercatori indipendenti hanno osservato la presenza di particelle di carbonio nell’aerosol espirato, un elemento che porterebbe a considerare questi prodotti più vicini al fumo tradizionale di quanto suggerito dalla sola assenza di combustione dichiarata dai produttori. Per questo motivo, chi valuta il passaggio dalla sigaretta tradizionale al tabacco riscaldato dovrebbe farlo consapevole che si tratta di una riduzione di alcune sostanze, non di un’eliminazione del rischio.
L’interesse verso i prodotti senza combustione è cresciuto in modo costante negli ultimi anni, di pari passo con una maggiore diffusione di informazioni sulla loro composizione chimica.
Diverse rilevazioni condotte da enti sanitari regionali mostrano come l’uso di sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato, anche tra le fasce più giovani della popolazione, sia ormai un fenomeno diffuso e monitorato con attenzione dalle autorità competenti, anche in relazione alla composizione dell’aerosol e ai suoi possibili effetti a lungo termine.
Questa crescita ha spinto anche i produttori a investire in trasparenza sulla composizione dei propri prodotti, pubblicando analisi di laboratorio e confronti diretti con le sigarette tradizionali. Comprendere cosa contiene realmente l’aerosol resta il primo passo per orientarsi in un mercato sempre più articolato, in cui accanto al tabacco riscaldato convivono sigarette elettroniche e sigarette tradizionali, ciascuna con una composizione chimica distinta e con un proprio profilo di rischio.