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Capodanno (curdo) a Istanbul

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Una festa davvero speciale

Devo ammetterlo: è una sensazione un po’ retorica, quasi da film. Ma non per questo meno vera. Ecco come succede: arrivo in un bar, scambio due parole con il cameriere e viene fuori che è curdo. Allora azzardo: «Roj baş». Praticamente, ciao. Un saluto un po’ informale che mi hanno insegnato alcuni amici curdi diversi anni fa. E subito si apre un mondo: il mio interlocutore diventa ciarliero, affabile, generoso. Fraterno quasi. Ho perso il conto dei caffè (turchi) – spesso neppure richiesti – che perfetti estranei mi hanno offerto solo per due banali parole.

Che anche questa sia l’anima di Istanbul te ne accorgi ovunque. Negli anni scorsi, quando la repressione era molto più violenta e si rischiava qualcosa persino a parlarsi in curdo per strada, era una sorta di segno di riconoscimento tanto semplice quanto efficace. La prova di non essere ostili alla più grande minoranza etnica della Turchia (circa 15 milioni di persone, il 20 per cento della popolazione), né alla manifestazione della sua identità linguistica e culturale.

Pochi lo dicono, ma la più grande città curda del mondo è proprio Istanbul: oggi ci vivono in almeno un milione e mezzo, più del doppio che a Diyarbakır, “capitale” del sud-est del Paese dove la minoranza etnica diventa maggioranza. Come ci sono arrivati, certo, non è sempre una storia felice. Decine di migliaia, per esempio, sono stati costretti a trasferirsi dai loro villaggi dopo che l’esercito ne aveva fatto terra bruciata – letteralmente – per dare la caccia ai ribelli del Pkk e isolarli dalla popolazione civile. Molti altri, semplicemente spinti dalle maggiori opportunità della grande metropoli, dove però restano spesso relegati ai lavori più umili e malsicuri. Interi quartieri sono popolati in maggioranza dalle comunità curde, trasformati a volte in veri e propri ghetti. Zone semi-periferiche come Karayolları o Gazi (oggi sempre più inglobate dalla crescita della città) o centralissime come Tarlabaşı, ugualmente abbandonate a un lungo degrado.

Non vi stupirà quindi che il Newroz, il capodanno curdo che coincide con l’equinozio di primavera, sia a Istanbul una grande festa popolare sin da quando, nel 1995, è stato rimosso il divieto della sua celebrazione. Ovviamente, con minore densità rispetto al sud-est del Paese (dove chi può cerca di tornare per il grande appuntamento annuale). Lo scorso anno, quando il dialogo politico con il governo di Tayyip Erdoğan era perduto e la repressione molto forte, si trasformò in guerriglia urbana. Non un’eccezione, purtroppo. Ma ieri il Newroz è stato diverso. Il messaggio del leader del Pkk Öcalan, che avvia davvero le trattative di pace, è stato letto in versione bilingue a Diyarbakır, a millecinquecento chilometri di distanza. Ma l’eco arrivato forte a Istanbul ha fatto da sottofondo a un capodanno curdo davvero speciale.

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