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Bentornati, Monuments Men

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Il nuovo film di Clooney tra le puntualizzazioni del NYT e l'entusiasmo degli storici

Uscirà nelle sale il prossimo 13 febbraio, il nuovo film diretto da George Clooney: “The Monuments Men”. Racconta la storia, riportata nel libro omonimo di Robert M. Edsel uscito nel 2009, di un plotone di storici dell’arte, direttori dei musei e volontari che durante la seconda guerra mondiale si sono impegnati nel sottrarre numerose opere d’arte dal pericolo della loro distruzione. Nell’attesa dell’uscita del film, Il New York Times mette il punto e apporofondisce alcune scelte di regia e sceneggiatura.

Il giornalista del NYT, in particolare, ricorda come la realtà storica, ad Hollywood, sia difficilmente rappresentata come tale. E anche se un film si dichiara fedele ai fatti realmente avvenuti, la testata newyorkese puntualizza: History, Yes, but Movie History. Perché i nomi dei Monuments Men sono fittizi, e perché alcune scene, come le opere rifugiate all’interno di una casa colonica, sono di fantasia. Sempre il New York Times corregge il tiro della trama sottolineando che non tutti i Monuments Men erano uomini. Infatti, tra i primi 30 esperti di arte che presero parte alla squadra, lavorò a partire dal 1943 anche Ardelia Ripley Hall. La “studiosa in guanti bianchi” fu responsabile del salvataggio della Santa Caterina di Rubens, scomparsa dal museo di Düsseldorf durante la guerra. Si impegnò, insieme agli altri Monuments Men, a recuperare sotto il fuoco nemico gli ori e gli argenti delle vittime dell’olocausto, le campane in ferro di antichi campanili e opere d’arte quali il Polittico di Gand di Van Eyck (1432), la Madonna di Bruges di Michelangelo (1504) e L’Astronomo di Vermeer (1668). Opere che Hitler aveva destinato al suo museo utopico.

Nel film compare una Monument Woman, interpretata da Cate Blanchet. Il suo personaggio è ispirato a quello di Rose Valland, un agente della Resistenza Francese. Altre due importanti figure femminili, che non compaiono nel film, furono quelle di Edith A. Standen, capitano delle Women’s Army Corp che proseguì la propria carriera al Metropolitan Museum of Art, e di Anne Olivier Popham Bell, una studiosa di Virginia Woolf che si è occupata di coordinare la logistica della squadra in Germania. Oggi ha 97 anni e vive nella sua casa in Sussex, in Inghilterra.

Intanto l’Archivio di Stato Americano festeggia l’arrivo della pellicola con una serie di incontri e conferenze, spolverando gli scaffali dove sono conservate le registrazioni delle relazioni sui beni culturali in tempo di guerra. [Qui, il video dell’Us National Archives, in cui uno studioso, il 12 dicembre 1945, rifersce alla corte del tribunale di Norimberga, il punto sulle opere confiscate nelle case degli ebrei di Parigi].

Anche la National Gallery di Londra, sul suo sito ufficiale, ricorda i suoi due Monuments Men: Cecil Gould e Ellis Waterhouse. Il primo, allo scoppio della guerra, si unì all’intelligence della RAF e servì la British Expeditionary Force in Francia nel 1940, in Egitto nel 1941 e in Italia nel 1943. Nel 1945 prese parte alla squadra dei Monuments Men, rilevando i monumenti danneggiati e occupandosi delle indagini a partire dalle denunce di furto, fornendo la documentazione relativa al saccheggio al Tribunale per i crimini di guerra di Norimberga. Ellis Waterhouse (1905-1985) è stato assistente presso la Galleria Nazionale tra il 1929 e il 1933, quando lasciò la posizione per diventare bibliotecario presso la British School di Roma. Come Monuments Men supervisionò il ritorno delle opere rubate.

Il film, c’è poco da aggiungere, ha l’onore di portare nelle sale cinematografiche il messaggio di costante urgenza nella salvaguardia dei patrimoni culturali. Forse richiamando l’attenzione su quello che in questi anni sta avvenendo nei Paesi Arabi, dove i monumenti si sgretolano in quella grande polveriera rossa. Paesi tra i quali la Siria, l’Iran e l’Egitto certamente avrebbero bisogno anche loro – e con estrema urgenza – di coraggiosi Monuments Men.

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