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Anonymous, uno sguardo al passato

Immagine di copertina

Gli hacktivisti degli albori erano molto più interessati a spassarsela che a salvare il mondo

Il gruppo di hacker Anonymous è ormai a pieno titolo un protagonista della politica mondiale: a scorrere le cronache recenti non c’è stato grande evento in cui la maschera sogghignante degli hacktivists non abbia fatto la sua comparsa bloccando e sfigurando siti internet, rivelando informazioni, fornendo connessioni protettte a rivoltosi e manifestanti.

Mentre in queste ore Anonymous sta dirigendo le sue bordate virtuali verso i server nordcoreani e israeliani, vale la pena ricordare come tutto è iniziato. Il documentario del 2012 “We Are Legion: The Story of the Hacktivists” di Brian Knappenberger, racconta magnificamente l’emergere di un’identità collettiva dal maleodorante brodo amniotico del forum online 4Chan. Qui, in una pagina zeppa di commenti al vetriolo e immagini nauseanti, in cui gli utenti non possono firmarsi se non come “Anonymous”, il gruppo mosse i primi passi, organizzando tremendi scherzi ai furries (degli originaloni vestiti da animali pelosi), a uno speaker radiofonico razzista e al social network Habbo.

L’epifania arrivò nel 2008 con la cyber-guerra e le clamorose manifestazioni che Anonymous organizzò contro la chiesa di Scientology (a seguito di uno scontro per motivi di copyright su un video che la setta non voleva venisse diffuso). A quel punto gli Anonymous di 4Chan presero coscienza del loro potere: la rete e le conoscenze dei frequentatori del forum non potevano più essere considerate dei giocattolini.

E’ così che avvenne la prima, grande scissione interna ad Anonymous: quella fra il partito delle grandi battaglie e il partito delle beffe , fra coloro che volevano mettere il gruppo al servizio del bene e quelli che volevano continuare a sghignazzare dietro la maschera fra burle e scherzi telefonici alle pizzerie.

Oggi non è difficile capire chi abbia prevalso, ma la faccenda non è stata indolore: all’inizio gli Anonymous più politicizzati venivano apostrofati dai loro avversari come moralfags (più o meno “checche moraliste”) e svillaneggiati in ogni modo; gli Anonymous mattacchioni cercarono poi di riportare il movimento su un binario di feroce goliardia infiltrandosi nel sito di un’associazione di malati di epilessia e riempiendolo di immagini a intermittenza per provocare crisi epilettiche agli utenti. Anni dopo, infine, da una costola delusa di Anonymous nacque il gruppo LulzSec, che ha organizzato decine di operazioni con l’unico scopo di scatenare il caos e divertirsi.

Anonymous ha due anime, insomma, e il documentario di Knappenberger le dipinge entrambe con dovizia di particolari.

P.S. – Pare che, dopo vari tentativi di far rimuovere il documentario da YouTube, alla fine la produzione si sia rassegnata a lasciarlo dov’è. D’altronde, credevano davvero che gli Anonymous avrebbero permesso una cosa del genere?

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