Il caldo fermerà davvero il Coronavirus?

Molti sperano che l'arrivo della bella stagione possa fermare la diffusione di Covid-19. Ma le pandemie non sempre si comportano come i virus stagionali

Di Antonio Scali
Pubblicato il 24 Mar. 2020 alle 08:53 Aggiornato il 24 Mar. 2020 alle 09:41
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Il caldo ucciderà davvero il Coronavirus?

Siamo abituati a fare i conti con l’influenza nei mesi invernali, ma poi con l’arrivo del caldo questi fastidiosi virus sembrano quasi scomparire nel nulla. Per questo molte persone adesso si chiedono se stessa sorte toccherà al Coronavirus, la terribile pandemia partita dalla Cina e che dopo aver colpito duramente l’Italia si sta espandendo in gran parte del mondo.

Secondo molti esperti bisogna essere cauti nel sperare che con l’estate Covid-19 possa estinguersi. D’altronde si tratta di un virus nuovo e di un’emergenza tale mai affrontata prima, per cui non ci sono informazioni attendibili circa la sua stagionalità. Eppure qualche speranza in tal senso potrebbe esserci, come riporta un lungo approfondimento di Richard Gray su BBC Future.

Uno studio di 10 anni fa dell’Università di Edimburgo ha mostrato come tre Coronavirus avessero una “marcata stagionalità”, che andava da dicembre ad aprile. Prime analisi sul Covid-19, inoltre, dimostrano come la malattia attecchisca soprattutto nelle aree fresche e secche, mentre le temperature più calde son legate a una minore incidenza del virus.

Bisogna però al tempo stesso ricordare come spesso le pandemie hanno comportamenti diversi rispetto alle più comuni influenze stagionali. “Alla fine ci aspetteremmo che Covid-19 diventi endemico”, afferma il professor Jan Albert. “Sarebbe davvero sorprendente se non mostrasse una stagionalità. La vera domanda è se la sensibilità di questo virus alle stagioni influenzerà la sua capacità di diffondersi in una situazione di pandemia”.

Eppure altri Coronavirus studiati dagli esperti hanno mostrato una certa stagionalità, per cui si può essere mediamente fiduciosi anche riguardo a questo focolaio. Questi virus appartenenti alla stessa famiglia sono rivestiti da una sorta di cappotto, un doppio strato lipidico, e che può renderli più sensibili al calore. Proprio questa caratteristica tende a renderli sensibili a una certa stagionalità.

“Il clima entra in gioco perché influenza la stabilità del virus al di fuori del corpo umano quando viene espulso tossendo o starnutendo”, afferma Miguel Araújo, che studia gli effetti del cambiamento ambientale sulla biodiversità presso il Museo Nazionale di Scienze Naturali di Madrid. “Maggiore è il tempo in cui il virus rimane stabile nell’ambiente, maggiore è la sua capacità di infettare altre persone. I maggiori focolai di Covid-19 si sono verificati principalmente in luoghi esposti a tempo freddo e secco”.

Uno studio dell’Università del Maryland, inoltre, ha dimostrato come il virus si è diffuso maggiormente nelle città e nelle regioni del mondo in cui le temperature medie sono state intorno ai 5-11 gradi e l’umidità relativa è bassa. Eppure non ci si può affidare solo alla speranza che il caldo faccia il suo dovere. Sono infatti sempre necessari gli interventi da parte dei governi e della sanità per controllare il virus e contenere i contagi. Per questo molti Paesi, a cominciare proprio dall’Italia, hanno adottato misure stringenti per limitare i contatti tra le persone e i loro spostamenti, ciò che poi fa diffondere l’infezione.

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