I tormenti di Zingaretti: settembre spaventa il segretario del Pd

Ieri l'incontro chiarificatore con il premier Conte: il leader dem ha fatto presente di non gradire l'immobilismo del Governo su Mes e Decreto Semplificazioni. E in autunno ci saranno le elezioni regionali, con M5S e Pd che rischiano di correre separati

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 3 Lug. 2020 alle 09:50 Aggiornato il 3 Lug. 2020 alle 11:11
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I tormenti di Zingaretti: settembre e Conte spaventano il segretario del Pd

Sono giorni di grandi tribolazioni per Nicola Zingaretti: come se non bastasse l’emergenza Coronavirus, che continua a preoccupare soprattutto in vista di una possibile seconda ondata in autunno, il segretario del Pd deve affrontare anche un periodo di grande appannamento del rapporto con gli alleati di Governo del M5S e con il premier Giuseppe Conte. L’autunno, del resto, non darà solo nuove risposte per quel che riguarda la pandemia e i nuovi contagi: a settembre, infatti, si attende il varo del Recovery Plan dell’Italia per superare la crisi economica legata al Covid-19, che diventa sempre più seria, e soprattutto ci saranno le elezioni regionali. Appuntamenti, questi, a cui il Governo rischia di arrivare impreparato e soprattutto disunito.

Ieri, Conte e Zingaretti si sono incontrati per un “chiarimento dopo le incomprensioni” degli ultimi giorni, per citare le parole usate dal Nazareno. E’ evidente, dunque, che tra il Pd e il premier i rapporti si siano fatti molto più tesi nelle ultime settimane, nonostante le smentite di sorta. E il motivo è presto detto: tra i tormenti del segretario dem c’è una grande preoccupazione per l’immobilismo del premier, che dopo essere stato il grande protagonista politico della fase acuta del Coronavirus, si è ora trincerato dietro una strategia attendista. Conte non ha preso una posizione netta sul Mes (il M5S è fortemente contrario a utilizzare i 36 miliardi di euro di fondi europei per le spese sanitarie dirette e indirette, mentre il Pd spinge per il sì) e ha detto che il Recovery Plan – a cui vuole dare precedenza rispetto al Fondo salva Stati – arriverà solo dopo l’estate. Sul tema elezioni regionali, ha fatto sì un appello ai pentastellati affinché il Governo si presenti unito nella battaglia contro la Lega, ma per Zingaretti poteva fare di più. Come anche sul decreto Semplificazioni, ancora impantanato quando doveva essere approvato subito dopo gli Stati generali.

L’incontro, durato più di un’ora, sembra abbia garantito una nuova unità d’intenti tra il premier e il segretario del Pd. Tuttavia, entrambi rimangono con le loro paure: Conte teme che i dem possano a un certo punto arrivare a staccare la spina a un Governo che giudicano ormai immobile, Zingaretti invece – dopo aver rassicurato Conte sulla propria lealtà all’esecutivo – guarda un po’ più sul lungo periodo. Ed è convinto che una sconfitta con la Lega alle regionali possa essere un colpo fortissimo per tutto il Governo, con Matteo Salvini che tornerebbe a ripetere il mantra delle “elezioni subito”.

Il primo tassello che, con un effetto domino, potrebbe riportare in piedi l’alleanza M5S-Pd potrebbe essere l’approvazione del decreto Semplificazioni. Un provvedimento imprescindibile per Zingaretti e anche per lo stesso Conte, che l’ha definito “la madre di tutte le riforme”. Per questo motivo ieri, durante l’incontro, il premier ha espresso il suo fastidio per tutte le modifiche che Dario Franceschini e Andrea Orlando stanno imponendo al testo. Zingaretti ha assicurato che il Pd ha tutto l’interesse ad approvare il decreto. Sul Mes, invece, la situazione è più difficile da sbloccare: serve obbligatoriamente il sì del M5S per avere i numeri per approvarlo, ma l’avallo dei pentastellati non arriverà. Il Pd continua a fare pressioni sugli alleati, perché “si tratta di risorse mai viste per migliorare la sanità”.

Dall’incontro di ieri, infine, è emerso un altro tema di grande importanza per il futuro del Governo: la riforma elettorale, calendarizzata alla Camera per il 27 luglio. Zingaretti ha fatto notare a Conte che, se un ramo del Parlamento approvasse la riforma del sistema elettorale, a settembre sarebbe molto più complicato andare a elezioni anticipate senza un’approvazione definitiva anche al Senato. In attesa di convergere sugli altri punti del programma e sui dossier ancora aperti, per sopravvivere la maggioranza giallorossa dovrebbe puntare tutte le proprie fiches sulla riforma elettorale. Un modo per respirare una boccata di ossigeno, guadagnare tempo e ritrovare l’intesa di un tempo.

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