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Torre Maura e il bagno di realtà della sinistra su immigrazione e periferie

La sinistra che non esce dai centri storici e interpreta tutto come "razzismo" è corresponsabile della fascistizzazione delle periferie: per una volta, sembrano averlo capito anche politici e intellettuali

Di Luca Serafini
Pubblicato il 4 Apr. 2019 alle 15:35 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:24
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Immagine di copertina
La protesta degli abitanti di via Dei Codirossoni, nel quartiere di Torre Maura, contro l'accoglienza di alcune famiglie nomadi, Roma, 3 aprile 2019. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Nella sua immonda brutalità, la rivolta anti-rom di Torre Maura ha forse insegnato qualcosa a pezzi di ceto politico e intellettuale di sinistra.

Per una volta l’afflato moralista è rimasto pressoché silenziato: a parte rare eccezioni, quasi nessuno se l’è sentita di liquidare i riottosi come beceri fascisti di periferia.

Eppure i saluti romani si sono visti. Eppure è innegabile che CasaPound e la compagnia di giro delle destra romana abbiano soffiato sul fuoco della protesta, degenerata così in atti ignobili.

Nemmeno lo scempio del pane calpestato è bastato per aizzare la contro-furia moralista di intellettuali e classe dirigente progressisti. Per una volta, infatti, il sentimento prevalente che si faceva strada in quel silenzio era l’imbarazzo.

Imbarazzo per una fastidiosa percezione di responsabilità, da parte dei politici (“se le periferie stanno messe così, forse la colpa è anche nostra”), imbarazzo per la presa di consapevolezza istantanea di essere rimasti confinati fuori dal mondo reale per parecchio tempo, da parte di numerosi intellettuali.

Si possono fare discorsi sul “razzismo della gente” quando si resta sul generico. Ma bollare come razzisti, o come animati solo ed esclusivamente da un sentimento razzista, persone stremate, confinate pure loro in un angolo di periferia utilizzato come discarica di quei drammi sociali che nei centri urbani tutti denunciano e nessuno vuole realmente affrontare, questo no, è sembrato troppo a tutti.

Come ha scritto Luca Ricolfi sul Messaggero, “a giudicare dai resoconti della protesta, dalle frasi e dagli slogan che si sono sentiti, il sentimento centrale che pare animare la protesta non è l’odio ma, forse più semplicemente e umanamente, un forte, fortissimo, disperato senso di ingiustizia. Chi fatica a sbarcare il lunario in un quartiere degradato, non riesce a capire perché i migranti non siano inviati in altri quartieri delle città (già: perché?), soprattutto in quelli del politicamente corretto i cui abitanti manifestano orgogliosamente in favore dell’accoglienza”.

Non solo, ma “la gente non capisce perché si continui a parlare di periferie degradate, della necessità di riqualificarle, dell’urgenza di un ritorno della politica nei quartieri, e poi non riesce né a tener pulite le strade, né a garantire la sicurezza”.

Una riflessione che fa il paio con l’editoriale di ieri su Repubblica a firma del professor Roberto Perotti (“Chi sta facendo un favore a Salvini“).

“È probabile – scrive Perotti – che molti italiani siano intimamente razzisti, e ne abbiamo testimonianze crude ogni giorno. Ma c’è anche un’altra spiegazione, che integra e non esclude la precedente. Gli italiani sovrastimano l’entità dell’immigrazione, e reagiscono con l’intolleranza, in parte perché non vi sono abituati. […] È una impreparazione culturale, ma anche di infrastrutture. L’astio nei confronti degli immigrati, è inutile negarlo, si manifesta soprattutto (specialmente nelle sue forme più violente) tra i meno abbienti”.

“È facile dire che ‘la diversità è una risorsa’, ma provate a dirlo all’anziana signora sola, che non ha mai avuto l’opportunità di viaggiare e in pochi anni ha visto il proprio condominio e il proprio quartiere cambiare profondamente, abitati da persone con lingue e abitudini completamente diverse, con cui non riesce a comunicare e di cui non si fida, magari perché ha subito uno o più furti”.

La sinistra al momento, evidenzia opportunamente il professore, non ha alcuna strategia da opporre a Salvini se non “l’orgia retorica” che ha fatto seguito all’abiura delle politiche messe in campo dall’ex ministro dell’Interno Minniti.

Non che la risposta alla paura stia solo nelle politiche securitarie e di contenimento dei flussi entro limiti ragionevoli per chi ha meno risorse culturali (ma su cui tutto viene immancabilmente scaricato). Serve anche (e soprattutto) l’altra gamba: gli investimenti in politiche sociali, la presenza della politica sul territorio.

Non si può fare politica a suon di aperitivi in centro e poi sorprendersi se la gente coltiva paure irrazionali e le sfoga come avvenuto a Torre Maura. Non si possono passare le giornate a fare i bulli da social con post su CasaPound e poi lasciare che sia solo CasaPound a presentarsi fisicamente nei quartieri-polveriera.

Con l’effetto, inevitabile, di una colonizzazione ideologica dei ceti impoveriti, di una “fascistizzazione” delle coscienze per assenza di alternative credibili.

C’erano sicuramente degli autentici fascisti, ieri, nella periferia est di Roma. Ma per il resto bisogna prendere atto che quei saluti romani sono il frutto avvelenato di politiche inconsistenti e ideologie altrettanto impalpabili.

Cosa è successo a Torre Maura

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