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Smettetela di vedere nelle Sardine la salvezza dal vuoto politico a cui ci avete abituati (di Giulio Gambino)

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Il problema è la prospettiva da cui state guardando le cose. Le Sardine non sono ciò che pensate, e ora vi spiego perché. Io l’ho compreso dopo l’incontro con il portavoce Mattia Santori (qui la video-intervista) e a cui è riferita l’illustrazione di questo articolo. Ma pazientate un attimo, la devo prendere da lontano.

Negli ultimi quindici anni sono nati diversi movimenti dal basso di mobilitazione popolare. Alcuni di successo, altri no. Il loro intento? Rompere con la politica, ritenuta distante dai cittadini.

Dai girotondi al popolo viola passando per il Movimento Cinque Stelle, le folle che riempiono le piazze appassionano tutti e destano grande curiosità. Richiamano all’attenzione e verso di esse si accende subito un segnale di speranza.

E ogni volta che ciò accade, questo o quello schieramento politico fanno a gara per mettere il cappello sul neonato movimento in modo da accaparrarsi immediatamente il favore di chi orbita intorno a quello stesso movimento: potenziali elettori che quei partiti non riuscirebbero mai a fare loro.

È una dinamica ricorrente che si ripete in modo quasi sistematico. Fin qui nulla di male.

Ma tale è oggi la crisi identitaria dei partiti tradizionali e più in generale del sistema in cui viviamo, e così profondo il distacco della politica, che una semplice mobilitazione dal basso (nel caso delle Sardine persino nata in un contesto circoscritto, ovvero regionale) viene automaticamente trasformata in quel che non è.

La politica è talmente vecchia e priva di idee che appena intravede il germe di un cambiamento in grado di ottenere un seguito (anche elettorale) e di riaccendere gli animi ci si butta a capofitto nel tentativo di rigenerarsi, di salvarsi da una morte annunciata.

E subito si pretende da quel movimento di colmare un vuoto politico, di idee, di creatività e financo elettorale che i partiti tradizionali non riescono a riempire.

Così in men che non si dica media, società civile e politici si rivolgono a quelle piazze con un unico quesito: e ora che succede, che fate, chi voterete, chi appoggiate, verso chi confluirete? Qualcosa dovrete pur fare.

Il tutto dopo appena un paio di manifestazioni di piazza ben riuscite e molto ben organizzate, poiché appunto nate con uno scopo preciso e un fine chiaro e definito. Dando per scontato che questo neonato movimento abbia già le idee chiare sul da farsi e su come trasformarsi in un movimento politico nazionale.

E non capendo invece che il punto è esattamente un altro: chiedere alle Sardine tutto questo significa sobbarcarle del peso di un vuoto ideologico e di un fallimento politico altrui, quello dei partiti tradizionali e dei media che contano sempre meno.

Ciò è profondamente ingiusto e anzi persino scorretto. Il movimento delle sardine non vuole sostituirsi a nessun partito politico. Di più: non vuole proprio costituire alcun partito politico.

E il popolo che rappresenta e che si riunisce spontaneamente nelle piazze d’Italia non ha alcuna intenzione di confluire in massa in termini elettorali verso nessuno piccolo, medio o grande partito. È l’impostazione di base, il principio di partenza, che è sbagliata.

Non c’è il voto di massa delle sardine nel senso che non esiste un popolo delle sardine unito e coeso sotto una stessa bandiera politica. E nessuno dei leader del neonato movimento si assume legittimamente questa responsabilità collettiva.

E infatti la piazza delle sardine, riunita sotto certi valori e in nome di un anti Salvinismo nella campagna elettorale per l’Emilia Romagna, non è affatto detto che abbia intenzione di votare lo stesso candidato, alle regionali o alle politiche.

Le Sardine non vogliono propri candidati, “c’è già chi votare”, hanno ribadito più volte; piuttosto si augurano di alimentare con le loro manifestazioni di piazza uno spirito critico tra gli elettori, portando più gente possibile al voto, e ostacolando apertamente una campagna elettorale – quella di Salvini in Emilia Romagna – che ritengono strumentalizzata sul territorio.

Auspicano se mai che alcune loro idee vengano accolte e smuovano i partiti affinché la politica possa migliorare il suo operato nell’interesse comune dei cittadini. Il loro intento è rimettere al centro l’individuo e questo mi sembra un intento nobile nell’era liquida di internet.

Così come mi ha raccontato uno dei portavoce delle sardine, “siamo stufi della rappresentazione di un mondo semplicistico, la società è complessa e vogliamo contribuire a migliorarla”.

Il mondo è più complesso di un algoritmo su Facebook impostato sul binomio fascismo-antifascismo, trivelle-no trivelle, referendum si-referendum no. Le sardine vogliono dire che l’elettore ha una responsabilità, deve votare informato, pesando le sue scelte senza farsi ammaliare dalle sirene del populismo.

Quindi smettetela di vedere ogni volta, nei neo-movimenti nati dal basso come quello delle sardine, l’appiglio ideale per colmare il vuoto politico a cui ci avete abituati.

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