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“Lega da sempre europeista, il sovranismo era un’invenzione di Salvini”: parla l’ex leghista storico Pagliarini

L'ex parlamentare e volto storico della Lega, che ha lasciato il partito nel 2007, analizza la svolta pro-Draghi: "Si tratta di una grande occasione per il federalismo, di un ritorno alle origini"

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 11 Feb. 2021 alle 16:13 Aggiornato il 11 Feb. 2021 alle 16:16
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Immagine di copertina

Il Sì della Lega al governo Draghi sta facendo molto discutere perché si porta dietro una svolta europeista di Salvini che ha avuto già le sue prime conseguenze reali con il voto favorevole al regolamento sulla “Recovery and resilience facility”a Bruxelles. 
TPI ha intervistato Giancarlo Pagliarini, storico leghista “della prima ora”, ex Ministro del bilancio e della programmazione economica, oggi impegnato nella causa a favore di un federalismo di ispirazione svizzera.

Pagliarini, intanto cosa ne pensa di questa crisi?
“Sono meravigliato e contento. Per la prima volta sembra che lì a Roma facciano qualcosa di serio, che porta anche a ragionamenti a lungo termine”.

L’appoggio di Salvini a Draghi non equivale a rinnegare l’identità della Lega?
“Bisogna sempre dividere quelli che fanno politica in due categorie: quelli che fanno qualcosa perché ci credono e quelli che fanno politica per mestiere. Per questi secondi, che sono la grande maggioranza, l’obiettivo è non perdere il lavoro. Non bisogna chiedersi se Salvini crede o non crede nell’Europa, al momento gli conveniva così. Quindi è evidente che se non è pazzo e non vuole perdere il lavoro, non poteva far niente altro che questo. Quelli che fanno politica di mestiere non credono in niente di niente, fanno solo di tutto per non perdere il loro lavoro”.

Senza questa svolta per Salvini sarebbe iniziato un tramonto?
“Avrebbe perso molti colpi. Facendo così invece ha guadagnato qualcosa. Per esempio se avesse fatto come la Meloni, con un’opposizione feroce, qui al nord le persone normali, gli imprenditori, non lo avrebbero più votato. Posso dire: bravo Salvini, è riuscito a difendere il suo posto di lavoro”.

Ma, ripeto, non le sembra strano questo improvviso europeismo?
“In realtà Salvini torna alle radici. La vera Lega era per l’Europa dei popoli. Ai tempi della mia Lega era l’idea del federalismo. Poi Salvini si è inventato il sovranismo, per mera convenienza. Noi ci credevamo davvero, invece. Tu stai all’interno dell’Europa e non deve esistere la parola estero. Se un cittadino siciliano trova lavoro in Germania, non si dovrebbe dire che si è dovuto trasferire all’estero, ma che è stato assunto nel ‘cantone’ della Baviera, degli stessi Stati Uniti d’Europa. Io ci credo moltissimo in questo: eliminare i vecchi stati nazione, che hanno fatto solo le guerre. E’ un discorso serio”.

Sì, ci sono molti contenuti dietro. Ma la narrazione della Lega degli ultimi anni è stata invece “prima gli italiani”, “gli eurocrati succhia sangue”…
“Se vai indietro nella storia della Lega questo non c’era. Paradossalmente quella Lega era ancora più vicina a Draghi. Ci sono decine di miei articoli usciti sulla Padania che dicevano ‘magari l’Europa ci rompe un po’ le scatole, ma è mille volte meglio di Roma che ci toglie il sangue e anche l’aria che respiriamo’. Il federalismo è coerente con l’idea dell’Europa dei popoli”.

Ma come si fa a fare una campagna elettorale dicendo di uscire dall’euro e pochi anni dopo appoggiare l’ex presidente della Bce?
“Siamo sempre lì. Ha fatto i conti e ha visto cosa conviene dire. Ma sull’uscita dall’euro, voglio ricordare la battuta che facevo sempre in Tv: ‘Vogliamo tornare alla lira? Il governo deve allora fare una legge che garantisca la bara a ogni anziano, perché non avranno più potere d’acquisti neanche per comprare la cassa….’. Ecco, era un’idea assurda. Preferisco il Salvini che torna sul pianeta terra”.

E’ auspicabile per la Lega e per Salvini fare un governo di larghissime intese, dove si troverà con Pd, M5S, Leu e Forza Italia?
“Questo è il mio sogno. Però lo devo spiegare bene e vi devo parlare del modello Svizzera”.
Ovvero?
“La costituzione Svizzera non comincia con gli articoli, ma con cinque premesse. Nella terza c’è scritto ‘Noi siamo diversi, ma vogliamo lavorare assieme per trasferire ai nostri figli un Paese migliori’. Questo vuol dire che i cantoni sono diversissimi tra loro, che uno di destra è diversissimo da uno di sinistra, ma c’è un intento politico comune. Questa è la base del federalismo. La prova è che da circa 100 anni nel governo svizzero hai i 4/5 maggiori partiti che prendono più voti che sono diversissimi tra loro, ma che lavorano assieme”.

Nel caso della Svizzera il concetto chiave è compromesso. E’ questo che serve all’Italia?
“Sì. Prendiamo anche il concetto filosofico della tirannia della maggioranza. Non è che se governa una maggioranza del 60 per cento, il 40 per cento deve solo obbedire. Lavorano assieme e si trova il punto di incontro. Ecco, in Svizzera, Paese federale, c’è la cultura di trovare il punto d’incontro. Con la correzione, fantastica, della democrazia diretta con i referendum. Ne votano circa quattro l’anno e possono anche cambiare la costituzione. Spero che non durino solo per Draghi, ma diventino la prassi costante come in Svizzera”.

Questa svolta della Lega avrà delle conseguenze anche a Bruxelles. Il progetto finale della Lega sembra quello di entrare nel PPE, il partito popolare europeo. Ci starebbe bene in quel contesto?
“Ci sta perfetta. Ancora meglio sarebbe vedere la ‘Lega per il federalismo’ viaggiare da sola in Europa, molti la seguirebbero”.

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