In Italia torna il nucleare: ecco cosa prevede la legge voluta dal Governo Meloni
Dopo la Camera, anche il Senato approva la legge-delega che avvia il ripristino dell'energia atomica nel nostro Paese. Il ministro Pichetto Fratin: "Prime centrali tra 2033 e 2034". Critiche dalle opposizioni e dalle associazioni ambientaliste: "Non è così che si risolve il caro-bollette"
L’Italia tornerà a produrre energia nucleare. Non si sa ancora come, dove e quando, ma il percorso ormai è avviato. Ieri, 23 settembre 2026, il disegno di legge-delega varato dal Governo Meloni ha ricevuto il via libera definitivo dal Senato, dopo quello già incassato dalla Camera lo scorso giugno. Adesso il ritorno all’atomo è legge.
Hanno votato a favore i partiti della maggioranza – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Noi Moderati – e Azione, mentre Pd, M5S e Avs si sono espressi in senso contrario e Italia Viva si è astenuta.
Il testo delega il Governo ad adottare entro un anno uno o più decreti attuativi per disciplinare la produzione e l’utilizzo di energia nucleare “sostenibile”, la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti, la fabbricazione, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito e lo sviluppo e utilizzo dell’energia da fusione.
La legge fa anche un generico riferimento alla tecnologia, ancora in fase di sviluppo, degli Small Modular Reactors (Smr), piccoli reattori modulari che, grazie a un potenza ridotta (tra i 100 e i 450 megawatt), sarebbero più facilmente integrabili nelle reti elettriche esistenti [LEGGI ANCHE: Cos’è il nuovo nucleare e perché se ne parla].
“L’Italia fa un passo verso il futuro. Il nucleare non è un ritorno al passato: è una tecnologia vincente, che, integrata con le rinnovabili, può dare straordinari risultati per la nostra sicurezza energetica, verso la neutralità al 2050”, esulta il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, secondo cui le prime centrali potrebbero essere pronte tra il 2033 e il 2034.
Soddisfatta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Una scelta coraggiosa e di buon senso. Oggi importiamo elettricità prodotta dalle centrali nucleari di nazioni vicine, ma non possiamo produrla noi. Questa legge serve a cambiare le cose”, ha scritto la premier in un post sui social.
Per il vicepremier Matteo Salvini, il ritorno al nucleare significa “energia pulita, moderna e finalmente libera da vecchi pregiudizi ideologici”.
Completamente opposta la visione di Angelo Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra. “Il Governo Meloni – attacca – punta su centrali costosissime che non daranno alcuna risposta al caro bollette di oggi. Dopo quattro anni e mezzo di governo, con l’Italia che ha tra i costi dell’energia più alti d’Europa, Meloni tira fuori dal cilindro gli Smr, una tecnologia che oggi non ha alcuna applicazione commerciale nel mondo. È uno strumento di distrazione per coprire l’incapacità di un governo che ha frenato le rinnovabili e favorito le grandi società energetiche e i loro profitti”. “Chiedo a Meloni e Pichetto Fratin – aggiunge Bonelli – di dire quanto costerà questo piano e chi lo finanzierà. Parlano di una tecnologia che forse potrà essere disponibile tra venti o venticinque anni, mentre il problema delle bollette esiste oggi”.
Critiche piovono anche dalle associazioni ambientaliste. “Il nucleare non risolve nessuno dei tanti problemi che oggi l’Italia ha di fronte, nel mezzo della seconda crisi energetica negli ultimi quattro anni”, scrivono in una nota congiunta Greenpeace Italia, Legambiente, Wwf Italia e Kyoto Club. “Il nucleare sostenibile attualmente non esiste. Il nucleare disponibile oggi è pressocché lo stesso disponibile quindici anni fa, quando venne bocciato (per la seconda volta) in un plebiscitario referendum popolare”.
Per le associazioni, il nucleare “non assicura la rapida disponibilità di energia, visto che qualsiasi piano nucleare vedrebbe comunque tempi lunghi, come minimo 15 anni (come dimostra ad esempio esperienza francese di Flamanville), non assicura l’indipendenza energetica, visto che dipende da un combustibile (uranio) disponibile soprattutto in Paesi molto problematici (a iniziare dalla Russia, che ha la leadership mondiale), non assicura la sicurezza né per l’ambiente né per le persone, sia per la necessità di gestire le scorie che per la possibilità, purtroppo confermata più volte, di incidenti dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche”.