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Home » Politica

Nomine, affari e potere: il grande risiko delle poltrone nelle carte dell’inchiesta Open

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Toghe, manager e perfino commissari delle authority indipendenti. Negli appuntamenti del presidente di Open l'elenco degli amici da piazzare e dei nemici a cui sbarrare la strada

«Proviamo Viola a Roma e amico a Firenze». Parole vergate su un biglietto custodito in una delle cartelline sequestrate dalla Guardia di finanza il 16 novembre 2019 nello studio dell’avvocato Alberto Bianchi. Il presidente di Open annota tutto. Incontri, telefonate, riflessioni, progetti e soffiate. Le Fiamme gialle, spulciando in quella documentazione, sono finite a scrivere un grande diario del legale e del Giglio Magico, che dal 2016, tra l’inchiesta Consip e quella Open, appare preoccupato soprattutto di due uffici giudiziari, quello di Roma e quello di Firenze. Intercettato dal trojan inserito nel cellulare dell’ormai ex pm Luca Palamara, tra l’8 e il 9 maggio di due anni fa, l’ex ministro Luca Lotti esclamava: «Si arriverà su Viola, sì, ragazzi. Lo vedo, lo vedo meglio». Quella notte all’hotel Champagne, nella Capitale, si discuteva del futuro di piazzale Clodio. C’erano anche il deputato dem Cosimo Ferri e diversi consiglieri di Palazzo dei Marescialli. E l’obiettivo era trovare i voti per far succedere Marcello Viola, procuratore generale di Firenze, a Giuseppe Pignatone. Dal bigliettino trovato dagli investigatori nelle carte del presidente di Open emerge però che già due mesi prima il Giglio si sarebbe interessato al risiko delle Procure, così come a un lungo elenco di nomine, nella magistratura e non solo. Un’invasione nel campo delle toghe come quella appena denunciata in quello della politica dall’ex premier Matteo Renzi riferendosi ai pm fiorentini che hanno indagato su di lui? Sul biglietto trovato nello studio Bianchi, che porta la data dell’1 marzo 2019, si legge: «Colloquio nel pom. con LL (Luca Lotti, ndr). Varie business, ma racconti imbarazzanti su magistrati e Csm. Proviamo Viola a Roma e amico a FI. Creazzo punta a Roma». Un appunto che sembra dimostrare una grande attenzione da parte dei renziani anche per le dinamiche interne alla magistratura e alle tanto vituperate correnti, precisando Bianchi che Magistratura democratica è organizzata «e con filiera anche mediatica», mentre Unicost e Magistratura indipendente no. Ma in tema di sconfinamenti appaiono inusuali e dal sapore intimidatorio pure le lettere scritte proprio da Renzi alla Procura di Firenze relative alle indagini su di lui e sulla Fondazione.

A caccia di spifferi

Nelle cartelline sequestrate a Bianchi, agli atti dell’inchiesta Open, non c’è un unico appunto sulla magistratura. Con Lotti e Tiziano Renzi indagati nell’inchiesta Consip, quell’indagine sugli appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione avviata a Napoli e approdata a Roma, il Giglio Magico sembra cercare incessantemente notizie. La partita è delicata. Soprattutto per i riflessi sul leader di Italia Viva. Ecco così che Bianchi incontra un noto avvocato romano, ritenuto in contatto con i pm della Procura capitolina che si stanno occupando della vicenda Consip e di Babbo Renzi. Il presidente di Open annota tutto. All’esito di questo colloquio, avvenuto il 29 marzo 2017, Bianchi riporta in agenda due valutazioni del collega: «Pignatone sarebbe un eccellente ministro della giustizia. Lo farebbe, e volentieri»; Lotti ha «adottato una strategia difensiva sbagliata e avrebbe dovuto dimettersi, perché quella gente se vede prudenza tende a lasciar perdere». Il 19 aprile sempre di quattro anni fa, dopo un incontro con Enrico Laghi, commissario straordinario dell’Ilva, Bianchi inoltre scrive: «Digli a M. di cercare nuovo contatto con nuovo presidente Anm, Eugenio Albamonte. Non è un talebano, è contro i processi mediatici. Genere Pignatone. Se serve posso pensarci discretamente io». Annotazioni particolari, come quella in cui il presidente di Open, sulla posizione processuale di Lotti e di Tiziano Renzi, sostiene di aver saputo da fonti interne alla Procura che per entrambi è più probabile la richiesta di rinvio a giudizio che l’archiviazione.

Dal Tar alla Corte dei conti

Ma lo sguardo del Giglio non è solo rivolto al fronte penale. Un mese prima del rinnovo del Parlamento, nel febbraio 2018, Bianchi annota: «Deposito sentenza termovalorizzatore Consiglio di Stato-meglio dopo elezioni». Su «presidente e aggiunto Consiglio di Stato», precisa «Sica ok ci lavora lui: aggiornarlo sulle date società lobbying e advocacy». Ancora: «Avere progetto riforma Tar da Luigi». I finanzieri trovano pure un documento sul nuovo Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, il Csm per Tar e Consiglio di Stato, eletto a metà luglio 2018, dove sono evidenziati due nomi dei quattro laici eletti, quelli di Michele Papa e Salvatore Sica. Sulle nomine per il Consiglio di Stato, tra l’altro, ci sono discussioni in chat tra Nicola Centrone, capo di gabinetto di Lotti, e Bianchi, con Centrone che dà l’ok su Barreca e poi aggiunge una lista: Speziale, Tronca, Birritteri, Orsini, Tarchi e Cucci. «Dovrebbero essere questi», sottolinea. A Bianchi sembra non bastare: «Quelli che mi hai mandato sono definitivi o c’è spazio?». Centrone è possibilista: «Credo siano definitivi per equilibrio sotteso. Però se ci sono problemi seri proviamo a riaprire». Attenzioni che non mancano per la magistratura contabile. Su uno dei fogli sequestrati al presidente di Open, c’è scritto in testa Corte dei Conti e c’è poi un lungo elenco di nomi. Una lista davanti alla quale la Guardia di finanza, nell’informativa inviata alla Procura di Firenze, afferma che sono presenti personalità delle istituzioni, finanziatori di Open, e soggetti collegati a vario titolo al Gruppo Toto e all’avvocato Bianchi. Quella stessa Corte dei Conti che, contestando a Renzi gli incarichi assegnati quando era presidente della Provincia di Firenze, gli provocò i primi imbarazzi. In un promemoria su un appuntamento avuto con Lotti l’8 maggio 2017 il legale scrive relativamente alla Procura presso la Corte dei Conti di Firenze: «Domani fanno il bando. È praticamente certa la posizione di Archerotipa. Se lo debbono rinviare, si apre spazio ad altri candidati, tra cui Tridico, amico ma meno di Archerotipa». Tifo dunque per Archerotipa Mondera Moranges, nominata procuratore regionale il 6 giugno 2017. In una chat con Lotti, nel 2018, Bianchi annuncia infine che gli invierà via mail un curriculum per il Csm o il Consiglio della giustizia amministrativa. L’ex ministro risponde: «Giustizia amm. già andata. Csm in tempo».

Giglio dei bottoni

Toghe a parte, del resto sulle nomine i renziani hanno sempre manifestato particolare attivismo. Una rete di cui discutere anche al volo, in chat, come fanno a fine luglio 2018 i soliti Lotti e Bianchi. L’ex ministro: «Chi avevi per Autorità energia? Serve una donna». «Poletti, ma ti confermo tra un minuto», risponde il presidente di Open. E proprio Clara Poletti tre anni fa è entrata nel collegio dell’Arera. Sistema che si ripete con il Monte dei Paschi di Siena. Lotti: «Abbiamo dei nomi da suggerire per CdA Mps?». La risposta su WhatsApp di Bianchi: «Prof. Condemi. Anche quel prof. Lusignani che ti avevo segnalato per Consob. Prof. Alberto Santa Maria. Dimmi se devo sentirli e se ti servono i CV. Anche Paolo Dal Pino». Negli stessi appunti sequestrati dalla Guardia di finanza ce n’è uno con scritto: «Nomi per nomine, comincio? Giacomelli Agcom ok?». Proprio l’ex sottosegretario Antonello Giacomelli, che dal 15 settembre 2020 è componente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Così come il commissario della Consob, Giuseppe Maria Berruti. Su fino alle agenzie di intelligence. In un appunto di Bianchi si legge «Caputo vice Manenti ok». A dicembre 2017 il vice dell’Aise, con a capo Alfredo Manenti, è Giuseppe Caputo, generale della Guardia di finanza.

A gamba tesa

«I pm hanno attentato alla democrazia, decidendo cosa è politica e cosa non lo è, uno sconfinamento», ha appena tuonato Renzi dal palco della Leopolda. Sempre dalle carte dell’inchiesta Open, ecco però che spuntano fuori ben due lettere inviate da un leader politico ai magistrati che indagano su di lui. Un indagato solitamente non scrive al pm che ha aperto un’inchiesta che lo riguarda. Magari fa scrivere al suo difensore. L’ex rottamatore invece lo fa e pure su carta intestata del Senato. Il 24 novembre 2020 scrive al procuratore aggiunto Luca Turco, battendo sulla presunta lesione dell’articolo 68 della Costituzione, in base al quale i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Il 27 novembre torna alla carica. Bene i difensori, ma l’ex premier sottolinea al magistrato che «la gravità del problema e la sua portata» impongono che sia lui personalmente a scrivere, precisando che ha inviato copia della comunicazione al presidente del Senato, al procuratore di Firenze, al vice presidente del Csm e al procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Renzi è sicuro: «Siamo in presenza di una potenziale violazione della Carta costituzionale di gravissimo impatto, senza precedenti nella storia del nostro Paese». Aggiunge che in Senato ha già criticato «le indebite invasioni di campo» e le perquisizioni e i sequestri a carico dei finanziatori di Open.  Concludendo con un invito al magistrato in tutte le indagini che lo riguardano direttamente o indirettamente «a vigilare attentamente affinché sia rispettata la Costituzione» e riservandosi «qualsiasi atto a difesa delle prerogative del Parlamento». Doglianze analoghe, non avendo sortito le due lettere alcun effetto, a quelle fatte nella richiesta alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, affinché della vicenda si occupi la Giunta per le immunità, che sta esaminando il caso.

Renzi sull’inchiesta Open ha attaccato a testa bassa la magistratura e lo ha fatto alla Leopolda, in quella stazione dove era partito il treno del sogno renziano. «Se pensano di aver trovato uno che si ferma l’hanno trovato di nulla, hanno trovato quello giusto, hanno trovato quello bono: non mi fermo di fronte a questo. Andrò in tutte le sedi a chiedere i danni», ha detto riferendosi ai pm fiorentini. Alzando i toni da esperto anchorman, camicia bianca sbottonata e con quel misto di toscano e italiano che tanto piace a quello che è rimasto del suo popolo, quello che i suoi chiamavano “Matteo re” il 20 novembre scorso è tornato ad agitare lo spettro della magistratura politicizzata. «Credo nei magistrati di questo Paese, non ho paura della verità», ha affermato. Ma a quanto pare solo in alcuni magistrati. Tra Renzi e Silvio Berlusconi vi sono ben 39 anni di differenza. Due generazioni e due storie personali completamente diverse. Ma sui magistrati un tratto comune sta emergendo. Berlusconi per un ventennio, tra un avviso di garanzia e un processo, ha urlato alla magistratura politicizzata, arrivando a dire che l’anomalia italiana non era lui, ma «i pm e i giudici comunisti di Milano». E ora Renzi non appare più tenero: «Stanno violando la Costituzione. Per sequestrare i nostri telefonini hanno usato 300 persone all’alba, nell’ultima retata contro Messina Denaro erano in 150. Hanno sbagliato Matteo». Parole che per l’Anm «gettano discredito sull’intero ordine giudiziario». Dalle toghe rosse di berlusconiana memoria a quelle fiorentine dell’ex rottamatore.
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