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“Regolarizzare i migranti? Non serve a niente se non si cancella il decreto sicurezza di Salvini”: il sociologo Marco Omizzolo a TPI

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Continua la discussione sulla regolarizzazione dei lavoratori, anche immigrati, per non bloccare il comparto dell’agricoltura. La ministra Teresa Bellanova (Italia Viva) ha lanciato il suo ultimatum: “non è una battaglia strumentale per il consenso. Queste persone non votano. Se non passa, sarà un motivo di riflessione sulla mia permanenza al Governo. Non sono qui per fare tappezzeria”, ha dichiarato. Mentre la Lega insiste su una regolarizzazione che sarebbe, a loro parere, un ennesimo tentativo di invasione. Per fare chiarezza ne abbiamo parlato con Marco Omizzolo, sociologo e presidente di Tempi Moderni che da anni studia lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nell’agricoltura.

Professor Omizzolo, cosa ne pensa della proposta di regolarizzazione della ministra Bellanova?
La proposta di regolarizzazione sulle bozze è inadeguata perché non tiene conto del fatto che il sistema di sfruttamento è trasversale e radicato in tutto il mercato. Nei ghetti esistono già migranti con regolare permesso di soggiorno e con un contratto che sono comunque sfruttati e nei confronti dei quali la regolarizzazione proposta non avrà nessun genere di ricaduta positiva.
Quindi non funzionerà?
Nel Pontino esistono migliaia di migranti formalmente regolari e invece sfruttati e ridotti in schiavitù. Non funzionerà se non cancelliamo il decreto sicurezza che porta irregolarità, perché cancella il permesso soggiorno umanitario e la buona accoglienza: è quel decreto che ha spinto quelle persone all’emarginazione determinandone la ricattabilità e facendole diventare vittime di caporali. A Forlì ad aprile sono stati liberati 40 pakistani che vivevano e lavoravano per 50 euro al mese, a Borgo Mezzanone ci sono centinaia di espulsi che resteranno nell’irregolarità a prescindere dall’idea di oggi.

Il problema è la regolarizzazione a tempo?
Che la regolarizzazione sia a tempo legittima l’idea che i diritti sono a tempo e che tu in quanto migrante sei accolto solo se sei utile a me, mentre quando non servi più al mio arricchiemento vieni espulso.
Cosa serve?
Più coraggio. La regolarizzazione permanente va allargata a tutti coloro che vivono in emarginazione e contemporaneamente bisogna porre come punto politico la discussione della cancellazione del decreto sicurezza. Poi servono politiche sociali e un nuovo welfare capace di emancipare la loro condizione di emarginati.

Ma esistono esempi che funzionano?
Nel Pontino, dove abbiamo agito con progetti lunghi e coraggiosi, registriamo la capacità di denunciare e costituirsi parte civile e avviare progetti economici alternativi allo sfruttamento e alle mafie. Non solo arriva la denuncia ma anche la costruzione di percorsi alternativi. È molto grave che in Piemonte, a Saluzzo, in condizioni di grande sfruttamento, le istituzioni locali a trazione Lega continuino a dire che gli italiani devono andare nei campi: a breve in quel territorio arriveranno lavoratori africani sui quali si sta agendo con razzismo e trattandoli come untori. Rischiamo rabbia.

Possiamo dire quindi che l’agricoltura italiana si basa sullo sfruttamento?
Assolutamente. Gran parte del nostro mercato del lavoro (agricoltura, servizi, logistica, cantieristica) si basa sullo sfruttamento sistematico del lavoro, in particolare migrante. Siamo gli unici che hanno migliaia di persone straniere che da 20 anni lavorano in Italia, pagano le tasse e non sono riconosciuti come cittadini italiani. Tenere una persona che da 30 anni vive in Italia e non riconoscerle la cittadinanza significa agire determinando le condizioni di una segregazione di fatto.
Come andrà a finire?
Questi comunque verrano impiegati, ci sarà il caporalato. In molte aziende già durante la quarantena sappiamo che il caporalato è aumentato, sono aumentati i turni di lavoro, è stata abbassata la paga oraria (da 4 euro a 3,20) e sono stati costretti a comprare di tasca loro i dispositivi. Ci sono alcune aziende in crisi e altre che stanno giocando su questa retorica per strappare provvedimenti che gli riconoscano contributi.

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