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Luciano Canfora a TPI: “Così Draghi si fa nuovo Cesare”

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Credit: emanuele fucecchi

"Nell’antica roma i principi muovevano gli eserciti, oggi le nuove armate sono spread, titoli, investimenti, Pil e banche”. Nel nuovo numero del settimanale di TPI, The Post Internazionale, in edicola da venerdì 7 gennaio, l'intervista al filologo classico e saggista italiano

 Professore, si può parlare di “Draghicrazia”?

«Cosa intende con questo neologismo?»

Il nuovo potere dei tecnici che esautora i Parlamenti. Lei ne parla in un suo saggio sulla democrazia.

«La mia riflessione parte da un paradosso: nessuno avrebbe mai immaginato che la cultura politica che si autodefinisce “democratica” avrebbe iniziato a parlare del popolo con disappunto e sussiegoso disdegno».

Tuttavia la nostra Costituzione dice ancora che «la sovranità appartiene al popolo».

«Ah, non c’è dubbio. Ma qui c’è una nuova, moderna doppiezza: ci si proclama democratici. Ma si disprezza il popolo».

Il governo dei tecnici fa tornare attuale il tema del cesarismo?

(Sorriso). «L’avviso: dal punto di vista storico è un tema assai complesso».

Proviamo a fare qualche esempio.

(Allarga le braccia). «Quanti ne vuole! Si può dire che l’ultimo secolo della Repubblica Romana giri tutto intorno alla figura del “princeps”, il leader che vuole farsi capo, e alla lotta tra oligarchie e consoli, la continua paura di un colpo di stato, i limiti da porre al dittatore».

Una storia che si ripete.

«Pensi solo al grande Scipione l’Africano. Anche da trionfatore, dopo aver sconfitto Annibale in Africa, dovette difendersi da un processo pretestuoso che riguardava suo figlio».

Perché?

«Lo fermarono con questa sorta di impeachement filiale…»

C’erano forti anticorpi nel sistema, si può dire.

«Senza dubbio. Tiberio Gracco venne letteralmente ammazzato dai senatori perché per via di un semplice gesto della mano, vicino alla testa, era stato accusato di aver mimato la posa della corona».

Molto meno del discorso di Draghi a capodanno.

«Certamente. A Pompeo, dopo aver conquistato l’Oriente, venne imposto di congedare le truppe prima di entrare a Roma. Si temeva che le usasse come arma di pressione».

E non erano illazioni.

«No, infatti subito dopo stipuló una intesa segreta con Cesare e Crasso. Un patto blindato, non come gli accordicchi di queste ore sul Colle».

Ne stanno facendo?

«Si buttano via venti giorni persi, in trattative sottobanco».

Male?

«Malissimo. Il 3 febbraio, senza un nuovo eletto, scade il mandato di Mattarella e la Casellati diventa capo dello Stato pro tempore. Vuole paragonare Fico ai predecessori, Leone, Pertini, o Gronchi? Il timido giovanotto è stato forse indotto a favorire i disperati tentativi di trovare una quadra».

Nei sistemi che funzionano nulla viene lasciato al caso.

«Gramsci scrisse: “Se le classi dirigenti perdono le elezioni è solo perché si sono distratte”».

Anche nella prima repubblica il sistema funzionava.

«Nel 1953 la Dc provò a imporre il maggioritario con la legge-truffa e fu battuta».

Anticorpi democratici.

«Nel 1958 la Dc pensava di stravincere dopo l’Ungheria e invece i comunisti tennero. Lo scudocrociato arrivò “solo” al 42% dei voti».

È curioso oggi lo slogan di quella Dc.

«Molto: “Progresso senza avventure”. Oggi ci mancano sia il primo che le seconde».

C’erano forti anticorpi istituzionali, nei sistemi classici? 

«Sì. Quella Romana era una vera repubblica aristocratica. Contavano molto il Senato, l’aristocrazia, la nobilitas, cioè i proprietari terrieri e i cavalieri, loro alleati».

Si votava per centurie.

«La maggioranza delle centurie determinava gli eletti».

Perché le viene da sorridere?

«Il trucco era che le centurie delle classi alte rappresentavano una minoranza della popolazione ma costituivano la maggioranza degli eletti. È un meccanismo elettorale che oggi, dati i tempi, è meglio non far conoscere troppo».

E la Grecia?

«Arthur Rosemberg, grande storico, diceva che Atene era una “dittatura del proletariato”. Una minoranza di non possidenti dominava l’assemblea popolare».

Pericle era aristocratico, però.

«Era erede di una antichissima nobiltà, ma aveva accettato la democrazia, e la guidava. Togliatti raccomandava sempre: “Leggete Gaetano Mosca!”».

Perché?

«Mosca, professore di storia delle dottrine politiche, scriveva: “Le minoranze organizzate sono irresistibili”. Vero. E come vede, tutto molto attuale».

La prima repubblica però ha portato i partiti di massa nella democrazia.

«È stata un’isola virtuosa. Quando la Consulta fu istituita nel 1946, Ferruccio Parri disse: “Ora per la prima volta inizia la Democrazia!”. E Croce lo criticò».

Perché non condivideva?

«Per nulla. Si alzò e disse: “Venero Parri, eroico combattente, ma qui ha sbagliato! Prima del fascismo esisteva la democrazia liberale!”».

Aveva ragione Parri.

«Senza dubbio: la democrazia è il prodotto della lotta del movimento operaio nell’800 e nel ‘900. Quello liberale era un suffragio ristretto, e per giunta solo maschile. Persino Togliatti nel 1946 dovette vincere le resistenza contro il voto alle donne».

Ha letto la battuta di D’Alema sul tecnico della banca d’affari che vuole auto-eleggersi al Quirinale, e che pensa di nominare a Palazzo Chigi un altro ex dirigente di una banca centrale?

«Innegabilmente centrata. Non credo, con tutto il rispetto, che si possa governare l’Italia di oggi con Daniele Franco».

Le ha fatto venire in mente il cavallo di Caligola?

«Lei sa che non è mai esistito questo benedetto cavallo-senatore?».

No?

«Basta leggere Svetonio. Era una provocazione al Senato. Come è noto mal gliene incolse, al povero Caligola».

Non venne presa bene.

«Dopo quella battuta fu ucciso».

Si può discutere per due ore e mezza con Luciano Canfora, e rimanere incantati dal suo ballo intorno alla storia: i continui rimandi alla classicità si contaminano con il presente, Antonio Gramsci viene evocato per spiegare il futuro, la Repubblica Romana serve a chiarire come funziona la lotta politica nelle aristocrazie, la Costituente sembra un Eden perduto. Quando si parla di Mario Draghi lo storico, il politologo e il filosofo, che convivono sotto la stessa candida chioma del professore dell’Università di Bari, collaborano per formulare un giudizio. Canfora, nel saggio che verrà pubblicato la prossima settimana da Laterza si chiede: “Un assetto politico resta democratico anche quando il demo se n’è andato? O si trasforma in una democrazia dei signori?”.

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