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“Persone maltrattate e picchiate nei centri di detenzione in Libia. Ma Draghi li chiama salvataggi”: parla Msf

Bianca Benvenuti, advocacy manager di Medici Senza Frontiere in Libia, commenta le dichiarazioni che il premier Mario Draghi ha rilasciato a margine della conferenza stampa congiunta con il nuovo primo ministro libico Abdul Hamid Dbeibah. E racconta a TPI quello che ha visto nei centri di detenzione per migranti, dove la guardia costiera smista le persone intercettate in mare

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 7 Apr. 2021 alle 13:27 Aggiornato il 7 Apr. 2021 alle 15:13
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Immagine di copertina
Libia, migranti in un centro di raccolta a Tripoli. Credits: ANSA

In occasione dell’incontro con il premier libico Abdul Hamid Dbeibah a Tripoli, Mario Draghi ha espresso “soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi” dei migranti in mare. TPI ha chiesto a Bianca Benvenuti, advocacy manager di Medici Senza Frontiere (Msf) tornata da poco da una missione in Libia, cosa succede nei centri di detenzione in cui le persone intercettate in mare vengono condotte dalla guardia costiera libica, finanziata dall’Italia attraverso il memorandum con la Libia. Un modello di cooperazione bilaterale che nelle intenzioni del governo dovrebbe essere esteso anche alle altre rotte migratorie, non solo costiere, dell’Africa Sub-sahariana.

Cosa pensi del fatto che Draghi abbia espresso soddisfazione per quello che la Libia fa per l’Italia?

Penso che la dichiarazione di Draghi sia un’ennesima riprova delle politiche cieche dell’Italia e dell’Unione Europea, che sostanzialmente ignorano le conseguenze degli accordi fatti con la Libia. Evidenzia che è anche grazie al supporto dell’Italia che persone innocenti sono costrette a vivere in situazioni pericolose, di detenzione arbitraria, sotto un controllo spietato. Msf testimonia ogni giorno le conseguenze degli accordi tra Italia e Libia sulla vita delle persone. Migliaia di migranti negli ultimi 12 mesi sono stati riportati indietro nei centri di detenzione, costretti a vivere nell’insicurezza di un Paese che non protegge i loro diritti. Le parole di Draghi ci dimostrano ancora una volta che la politica è cieca nei confronti delle sofferenze.

Il premier ha definito quelli portati avanti dalla guardia costiera libica dei salvataggi, è così?

La parola salvataggio è fuori luogo perché le persone che vengono intercettate in mare dalla guardia costiera libica non vengono salvate, ma sono costrette a tornare in un posto che per loro non è sicuro. Secondo il diritto internazionale e il diritto del mare il salvataggio avviene quando il soccorso porta le persone in un posto sicuro.

Cosa hai visto in Libia, dove hai visitato i centri di detenzione per migranti?

Purtroppo molte persone una volta ritornate in Libia spariscono e non sappiamo bene che fine fanno, se guardiamo al numero di persone intercettate nel 2020 una piccolissima parte è stata portata nei centri di detenzione sotto il controllo del Ministero dell’Interno. Ma sappiamo anche che molti sono stati direttamente trasferiti in centri non ufficiali dove le condizioni sono peggiori di quelle che noi testimoniamo nei centri gestiti dal Ministero dell’Interno. Msf come altre organizzazioni umanitarie non ha autorizzazione ad entrarci, ma dalle testimonianze dei sopravvissuti sappiamo che si verificano violazioni costanti dei diritti, violenze, sofferenze disumane.

E in quelli controllati dal Ministero cosa accade?

La situazione non è migliore, le condizioni di vita continuano ad essere preoccupanti. Continuiamo a testimoniare la presenza di persone vulnerabili: donne, bambini, giovanissimi e minori non accompagnati. Le strutture sono spesso fatiscenti, i migranti dormono in grandi capannoni che non li riparano da agenti atmosferici. L’accesso all’acqua e al cibo non è garantito. In particolare nel 2020 anche come conseguenza della crisi pandemica in Libia c’è stato un aumento del costo del cibo che ha determinato una fornitura intermittente. Ovviamente queste condizioni di vita hanno conseguenze importanti sulla salute dei detenuti. I nostri team medici che visitano ogni giorno migranti all’interno dei centri registrano che la maggior parte riporta dolore generale nel corpo proprio per le condizioni di vita a cui sono costretti. Anche il sovrappopolamento determina una difficoltà di gestione di alcune malattie infettive, compreso il Covid.

Come vengono gestiti i centri?

Nei centri oltre al problema delle condizioni di vita i team di Msf continua a testimoniare l’utilizzo della violenza come modalità di gestione. Molto spesso le guardie utilizzano la violenza per punire le persone, vengono picchiate se si lamentano delle conduzioni o se tentano di fuggire. Ovviamente per noi costringere una persona a vivere in una situazione di sovraffollamento senza accesso all’acqua potabile o al cibo è una forma di violenza.

In quante persone si vive generalmente in un centro di detenzione?

Dipende dall’ampiezza, l’anno scorso la popolazione è diminuita come effetto della pandemia. Purtroppo in questi primi mesi abbiamo visto un’inversione di tendenza innanzitutto perché la stragrande maggioranza di persone intercettate sono state trasferite nei centri. In uno di quelli in cui lavoriamo a Tripoli, in una settimana a inizio febbraio la popolazione è passata da 300 a 1.200 persone. Con infrastrutture che in un altro momento non avrebbero permesso di ospitarle. Ma nel 2021 la Guardia costiera libica si è dimostrata particolarmente zelante nel riportare indietro le persone. Nei primi mesi dell’anno 4.000 persone sono state riportate indietro, mentre durante tutto l’anno scorso erano state poco meno di 12mila. Possiamo aspettarci che nel corso di quest’anno i numeri saliranno molto.

Come mai?

Non è semplice capire l’andamento. Come Msf non abbiamo accesso diretto ma ci sono determinati momenti dell’anno in cui i guardacoste hanno più interesse a far vedere che fanno quello per cui i governi li paga.

Qual è la condizione delle persone “salvate” in mare?

Generalmente presentano delle condizioni di salute fisica e mentale peggiore di tutti gli altri, perché tornando dal mare hanno ustioni su tutto il corpo e spesso hanno testimoniato la morte di familiari in mare prima di essere riportati indietro.

Cosa spinge le persone a partire? Le condizioni del Paese di origine o la situazione che trovano in Libia?

Le situazioni sono tra le più variegate. Alcune delle persone che ho incontrato erano arrivate in Libia da pochi mesi, la maggior invece erano nel Paese da molto tempo. Ci avevano vissuto anche anni, ma l’insicurezza li ha spinti ad attraversare il mare. Sono persone stanche di abitare in un contesto in cui non hanno diritti, non c’è una legge che li protegge, in cui sono esposti continuamente al rischio di essere arrestati e di finire in un centro di detenzione, in una situazione in cui non si può essere curati. In Libia i migranti sono a tutti gli effetti considerati irregolari, non hanno accesso alle cure. Così decidono di prendere il mare via di uscita dalla Libia. Oggi ce lo siamo dimenticato perché abbiamo speranza per il processo di pace, ma fino a pochi mesi fa la Libia era un Paese in guerra. Anche questo ha spinto molti a partire.

Il governo italiano sembra intenzionato a rafforzare gli accordi con Tripoli, per controllare le coste ma anche l’entroterra e il deserto del Niger, e quindi intercettare i flussi alla radice, ma questo in cosa si tradurrebbe?

Quello che è preoccupante del discorso di Draghi è che lui ha fatto cenno al rafforzamento delle vie legali e sicure per arrivare in Europa, ma i corridoi umanitari sono bloccati. Il 2020 ha marcato il numero più basso, anche a causa del Covid, di persone che sono state evacuate dalla Libia o con il resettlement dell’Unhcr o per i rimpatri volontari assistiti di Iom. I canali umanitari italiani sono rimasti bloccati per buona parte del 2020. Le sue dichiarazioni rispetto al rafforzamento del contenimento delle migrazioni nel deserto sono preoccupanti se le vediamo all’interno di una cornice di politiche che continuano a criminalizzare il movimento delle persone invece che mettere come priorità assoluta la difesa di chi non ha diritti in Libia. Sappiamo che porterà senza dubbio a ulteriori sofferenze e violazioni dei diritti e sempre più persone verranno bloccate senza possibilità di avere una vita in un posto sicuro.

Ma tutto questo viene definito salvataggio.

Draghi lo chiama salvataggio chiudendosi gli occhi e tappandosi le orecchie perché è molto ben documentato da parte delle Organizzazioni Internazionali e dallo stesso Parlamento Europeo che la Libia non è un Paese sicuro. Quindi nel 2021 continuare a dire che la guardia costiera libica salva i migranti e che dobbiamo ringraziarla per il contenimento dei flussi migratori sembra fuori dal tempo.

Leggi anche: 1. Bartolo a TPI: “Come può Draghi ringraziare la Libia per i salvataggi dei migranti? Sono deluso” 2. Draghi a Tripoli ringrazia la Libia per i “salvataggi” dei migranti in mare 3. Chi controlla davvero i centri di detenzione in Libia, dove i migranti vengono torturati e stuprati

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