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Lia Quartapelle (Pd): “Da Renzi un’operazione che nasce nei palazzi della politica romana”

Intervista alla deputata Pd sulla decisione dell'ex segretario Matteo Renzi di fondare Italia Viva

Di Anna Ditta
Pubblicato il 19 Set. 2019 alle 17:12 Aggiornato il 19 Set. 2019 alle 18:49
Immagine di copertina
Lia Quartapelle. Credit: ANSA/CLAUDIO PERI

Lia Quartapelle (Pd): “Da Renzi un’operazione che nasce nei palazzi della politica romana”

“Non sono assolutamente intenzionata a uscire”. Lia Quartapelle, deputata Pd milanese, ex renziana, ribadisce la sua volontà di rimanere nel Partito democratico.

In un’intervista telefonica a TPI, Quartapelle si dice “perplessa” della decisione di Matteo Renzi di lasciare il Pd e fondare Italia Viva (qui chi sono deputati e senatori che seguono Renzi).

Lia Quartapelle, cosa pensa della mossa di Renzi di lasciare il Pd? 

Sono perplessa. Matteo Renzi ad agosto ha fatto un appello a tutti, ad unirsi a difesa della democrazia italiana, contro il fascismo e il nazionalismo e poi è il primo che introduce una divisione nel fronte che doveva essere compatto per difendere l’Italia.

Lui sostiene che questa mossa farà bene a tutti, anche al governo Conte e alla lotta contro Salvini.

Non vedo come una divisione di un fronte che deve essere compatto e determinato possa far bene a qualcuno se non a lui. Sostiene anche che il Pd lo ha contrastato per sette anni. Ricordo che – grazie al Pd – Matteo Renzi è stato presidente della provincia di Firenze, sindaco di Firenze, segretario del Partito, presidente del Consiglio a 39 anni. Il Pd gli ha dato tanto, non lo ha sempre contrastato, anzi, abbiamo sostenuto la sua ascesa. Sta raccontando cose che non sono vere e che gli fa comodo dimenticarsi. Non mi fido molto di quello che sta dicendo in questi giorni.

Ha mancato di gratitudine?

Non è una questione di gratitudine, sta cercando di far dimenticare quello che è stato, una grande stagione di sostegno a lui e alle idee che ha portato avanti. E poi sta cercando di far dimenticare le sue sconfitte. Gli siamo grati per avere portato il Pd al 40 per cento alle elezioni europee del 2014, un risultato storico. Ma al tempo stesso lui è stato responsabile di una sconfitta storica, quella delle politiche del 2018. Tutto questo gli italiani e gli iscritti al Pd non lo dimenticano. La storia non si cancella così.

Eppure lei è sempre stata renziana.

Ho sempre sostenuto delle idee, quelle della modernizzazione necessaria di un paese bloccato da troppi anni, del sostegno allo sviluppo e di attenzione al tema della solidarietà. Matteo Renzi è stato uno straordinario difensore di queste idee. Ma ora, anche se non le interpreta più lui, non vuol dire che queste idee non esistano più nel Partito democratico. Continuo a pensare che il Pd sia il veicolo migliore con cui rendere queste idee proposta e poi azione di governo. Non ho capito – e con me tanti altri – perché invece improvvisamente il Pd sia diventato un impedimento al raggiungimento di queste idee.

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Immagino si riferisca agli altri esponenti renziani rimasti nel Pd, come Anna Ascani.

Mi riferisco ad altri parlamentari, ma soprattutto ai nostri iscritti, agli elettori e alla classe dirigente che abbiamo nei territori. Quella che abbiamo visto in questi giorni, nonostante Renzi dica diversamente, è soprattutto un’operazione dei palazzi della politica romana. Io sono milanese, a Milano non c’è stato nessun esponente locale che abbia ruoli di responsabilità nel partito o nelle amministrazioni che abbia lasciato il Partito democratico. Lo sconcerto non è solo il mio, ma è di tantissimi e soprattutto dei nostri elettori.

Certo, è vero, c’è stata della conflittualità negli ultimi tempi, ma a chi è dovuta? Certamente non si può imputare alla gestione di Zingaretti, che è considerata persino troppo unitaria. Non c’era nessuna ragione di arrivare a un punto di rottura di questo tipo.

Cosa pensa della tempistica?

L’ho trovato insieme ad altri un tempismo abbastanza cinico. Ricordo che tra poche settimane si vota in Umbria e che le ragioni di questa divisione rischiano di mettere a repentaglio il voto in quella regione e nelle altre amministrazioni.

Franceschini è stato molto duro, ricordando che le divisioni a sinistra portarono all’ascesa di Mussolini. Lei è d’accordo?

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Le divisioni non rafforzano mai nessun campo, i distinguo su cose minime non rafforzano una proposta di governo che in questo momento deve essere percepita dagli italiani come fattiva. Ieri c’è stato un incontro importante che dava il via al confronto sulla nuova manovra di bilancio. È di questo che dobbiamo parlare, su questo dobbiamo concentrare le nostre energie. A me l’uscita dispiace per molte ragioni, sia politiche sia di vita passata insieme, ma soprattutto perché togliamo attenzione e dedizione all’azione di governo.

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