“Il Governo giallorosso si deve fare”: Di Maio messo all’angolo dagli eletti M5S

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 31 Ago. 2019 alle 19:49 Aggiornato il 31 Ago. 2019 alle 21:21
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Credit: Ansa

“Il Governo giallorosso si deve fare”: Di Maio messo all’angolo dagli eletti M5S

“Il Governo si deve fare perché lo vuole la stragrande maggioranza dei gruppi parlamentari e chi spingeva per un ritorno con la Lega è ormai stato messo ai margini”. Queste le parole nette di un deputato del Movimento 5 Stelle, che commenta a caldo le ore più concitate della trattativa con il Partito Democratico per la nascita del “Conte Bis” o “Conte reset” come preferisce chiamarlo.

Facciamo però un passo indietro: quando l’8 agosto Matteo Salvini apre la crisi di Governo, nei gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle c’è una sorta di “tana libera tutti”. C’è chi si sente tradito e non nasconde la sua delusione e chi festeggia la fine di un’alleanza che gli aveva fatto ingoiare enormi rospi come i due decreti sicurezza.

“Raccontiamo sempre di essere post-ideologici – svela una deputata – ma ovviamente ognuno ha le sue idee e la sua formazione: c’è chi è di destra e chi è di sinistra, come è normale che sia”. C’è poi chi trova il coraggio di uscire allo scoperto ed esternare in pubblico una serie di critiche alla gestione dell’esperienza di Governo ormai agli sgoccioli e più in generale alla guida politica del Movimento. “Siamo stati richiamati per l’ennesima assemblea dove non abbiamo potuto decidere nulla, ma solo fare le nostre osservazioni su decisioni già prese altrove”, racconta un’altra deputata.

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A finire sotto accusa il capo politico Luigi Di Maio, che a detta di alcuni starebbe giocando una partita in solitaria invece di rappresentare adeguatamente il Movimento e le indicazioni emerse nell’intergruppo. La sua gestione della trattativa, e le sue scelte sulla comunicazione, hanno generato non pochi malumori tra gli eletti che già avevano guardato con sospetto a quel forno rimasto aperto con la Lega in tutta la prima fase della crisi, un forno che il “capo politico” non ha mai chiuso del tutto e che sotto la cenere mantiene ancora oggi qualche piccolo pezzo di brace calda.

“Luigi c’è rimasto molto male per il tradimento di Salvini – spiega una deputata a lui molto vicina – soprattutto perché sia lui che tutto il Movimento 5 Stelle lo avevano difeso in ogni occasione, dal famoso voto in Senato sul caso Diciotti, fino ai decreti sicurezza che per molti di noi erano delle aberrazioni”. La difesa dell’alleato è durata fino all’ultimo, basti pensare che nei giorni immediatamente precedenti all’apertura della crisi lo staff della comunicazione della Casaleggio Associati aveva chiesto di non rilasciare dichiarazioni sulle grottesche immagini da caduta dell’impero che arrivavano dal Papeete Beach.

Fuori dal Movimento, sono in molti a sospettare che Di Maio stia cercando in tutti i modi di vincolare la nascita del Governo giallorosso al suo personale destino. Una tesi che all’interno nessuno osa sostenere pubblicamente, ma che talvolta traspare nei discorsi a microfoni spenti. “Abbiamo imposto che il premier fosse Conte e ci hanno accontentato – spiega un altro deputato – poi abbiamo portato i nostri dieci punti e ci è stato detto di sì. L’uscita di ieri sui 20 punti, le parole dette sui decreti sicurezza e i toni usati da Luigi hanno lasciato interdetti molti di noi”.

“Tra l’altro – continua – gli è stato detto in più occasioni che in tanti non voteremmo mai la fiducia a un nuovo Governo con la Lega, quindi a quel punto l’unica alternativa sarebbero le elezioni ma lui, essendo al secondo mandato, non sarebbe neanche ricandidabile. In pratica, se salta l’accordo col Pd salta automaticamente anche Di Maio. Quindi, se il Governo alla fine si dovrà fare, a chi fanno comodo tutte queste complicazioni? A chi fa comodo ostacolare la formazione di un Governo guidato da un esponente del Movimento?”.

C’è poi l’annosa questione del voto su Rousseau. “Quando ci alleammo con la Lega – sottolinea una deputata – si votò sul “contratto di governo” e non certo sull’alleanza che fu decisa anche allora in altre sedi. Immagino che con il Pd si farà lo stesso, appena Conte farà sintesi dei punti di programma presentati da noi e da loro. Sarebbe una follia far votare la piattaforma su un premier incaricato dal Presidente della Repubblica. Se poi qualcuno ha interesse a mandare al Governo Berlusconi, Meloni e Salvini lo dica”.

Con la crisi i nodi all’interno del Movimento 5 Stelle sono venuti al pettine. E la fiducia verso il “capo politico” vacilla ormai da tempo.

“Gestire la guida del partito insieme a due ministeri e alla vicepresidenza del consiglio – fa notare qualcuno – avrebbe piegato la schiena anche a politici navigati o a persone con due lauree. Luigi è molto in difficoltà e forse un po’ più di umiltà non guasterebbe. Prima della crisi, molti avevano criticato il video dove accusava il Pd per i fatti di Bibbiano e in pochissimi lo avevano condiviso sulle loro pagine. Sarebbe meglio che certi argomenti fossero stati affrontati in modo meno infantile, sia da lui che da chi gli gestisce la comunicazione”.

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