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Quirinale, le pagelle secondo Telese: i voti ai protagonisti della corsa al Colle

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Draghi 4. Ha perso il biglietto della lotteria, convinto di non dover fare altro che presentarsi allo sportello per incassarlo. La malcelata brama di Quirinale esibita nel discorso di fine anno lo ha indebolito sia sul piano del governo, che nella partita per il Colle. Un peccato di ingenuità quasi inspiegabile: a cui si aggiunge l’aver tacitamente avallato la folle teoria Giorgettiana del “convoglio” di governo (guidato dal Quirinale): il semipresidenzialismo del Marchese (banchiere) del Grillo. Un orrore per qualsiasi costituzionalista. Credito formativo.

Mattarella 9. Ha potuto essere eletto, a furor di popolo, perché da vecchia volpe della politica ha esibito la sua noncuranza per la carica che stava lasciando. Non era una finta: solo non desiderare davvero il Colle, gli ha reso possibile essere desiderato per il Colle. Un miracolo di seduzione collettiva su tre livelli: consenso dell’opinione pubblica, consenso delle elites avvedute della politica (esistono ancora), consenso nell’assemblea dei mille. Fotogramma cult: la vignetta di Osho in cui Sergio ha una faccia strana e la battuta recita: “Questi me fanno perde tre mesi di caparra per la casa”.

Casellati 3. Errori di matita rossa e blu, come se piovesse. Troppo trucco, troppa ansia, troppa presunzione, troppi sms a deputati e senatori, troppo ottimismo, troppa boria con i leader, troppi soldi per le finestre della sua villa in Veneto (a spese del Senato), troppi voli di Stato, troppi contenziosi per i terreni del marito, troppo grave la mano sul fuoco stesa per dire: “Ruby è la nipote di Mubarak”. Messaggino cult: “Sono 80 voti sopra, sostienimi anche tu”. Ne ha presi 70 di meno. Una cosa buona l’ha fatta. Ci ha permesso di apprezzare il valore etico e civile del cecchinaggio dei franchi tiratori.

Peones 9. Tutti a sputare sui peones, ma i parlamentari zombies, per una formidabile eterogenesi dei fini, sono quelli che scrutinio dopo scrutinio, hanno tenuto vivo Mattarella. Per salvare la poltrona, si dirà. Ma chissenefrega. Di solito dovrebbero essere gli eserciti, che i generali. Da noi è accaduto esattamente il contrario.

Salvini 4. Una partita perfetta: se fosse stato un videogioco. Una comunicazione brillante, se fosse stato uno YouTuber. Un disastro, visto che si trattava di Quirinarie, ovvero di un ibrido a metà strada fra l’esperienza spirituale, Squid game e un conclave. Ritorna ai bei tempi del Papeete. Rimandato a settembre.

Renzi Sv. Sembrava uno di quegli studenti impreparati che interrogati su ciò che non sanno cercano di parlare sempre dell’argomento a piacere (l’unico che conoscono). Voleva Casini, e per tenere viva la speranza di eleggerlo ha impallinato la bella figura della Belloni, dopo uno show da Mentana, con sparate demagogiche sui servizi segreti: forse proprio perché Elisabetta è il tipo di diplomatica rigorosa che – al contrario di certi spioni veri che frequentava lui – non avrebbe mai accettato un invito in autogrill da uno sconosciuto.

Amato 9. La vecchia volpe è riuscito a non entrare nel tritacarne del tototonomi e si è insediato della Corte Costituzionale, mentre il vento della vanagloria travolgeva tutti gli altri. Chi si contenta gode.

Letta 7.5. Non è il tipo di giocatore che in campo fa sognare il pubblico con i numeri da giocoliere, ma il centrosinistra non aveva i voti per eleggere un presidente, ha giocato con il catenaccio all’Italiana, si è esposto per Mattarella, e lo ha portato a casa. Forse avrebbe preferito Draghi, ma non ha confuso desiderio e realtà. Visti i tempi non è poco.

Conte 7. Dovendo amministrare una confederazione di tribù rissose è riuscito a fare una bella giocata sulla Belloni. Malgrado i giornali del coro si esercitino nello sport di parlar male di lui, e di dipingerlo come un partner infedele o sprovveduto, non ha mai votato in modo difforme dai suoi alleati. Ha portato quelli che volevano l’impeachment per Mattarella a votare Mattarella. Dovrebbero dargli il Nobel. Invece gli tirano le pietre.

Gentiloni 7.5. Pochi lo sanno, ma l’idea della Belloni, ex capo di gabinetto quando era ministro, è sua. La scintilla di “Er Moviola”.

Di Maio 5. L’attacco a Conte sulle Quirinarie pare un pretesto per tornare alla guida del movimento. Legittimo. Ma forse serviva un po’ di stile. Quando guidava lui Mattarella lo volevano mandare in carcere.

“Il gruppo Di Matteo”. Tutti pensavano che questa variegata pattuglia di Grillini votasse Maddalena, e poi di Matteo, per contarsi e poi mettersi all’asta. Non lo hanno fatto, sostenendolo fino all’ultimo. Ottusi, forse, ma coerenti.

Fratoianni 7.5. Mentre tutto il centrosinistra si nascondeva nelle fumisterie delle schede bianche, Sinistra Italiana – in ogni scrutinio tranne l’ultimo – ha sostenuto la bella bandiera di Luigi Manconi: un presidente non vedente che ci avrebbe visto meglio degli altri.

Casini, 6,5. È riuscito a non farsi bruciare (e non è poco). È riuscito a non parlare per mesi (e non è poco). La foto da giovane con versetto di orgoglio democristiano sembrava un grido di battaglia. Invece era il congedo del gladiatore. Essendo sostenuto da Renzi come per il referendum 2016, era tecnicamente impossibile vincere.

Meloni, 7,5. Non dava lei le carte, ma ha giocato una sorprendente partita da outsider. Il massimo dell’appartenenza con il voto su Crosetto in cui raddoppia i grandi elettori. Il massimo della disappartenenza quando ha proposto una diplomatica di area dem per sparigliare. Ha costretto il povero Salvini a inseguirla: è evidente che Matteo se la sogna la notte.

La Rosa di centrodestra. Quando hanno dovuto fare casting, nel centrodestra, hanno messo insieme – con rispetto parlamento – pizza e fichi. Al cospetto di Pera e della Moratti le candidature di Michetti e Bernardo sembravano al livello da premio Nobel.

Mastella, 10. Lo studente fuori corso dell’Università di Montecitorio, pur non essendo grande elettore, come certi anziani che riprendono gli studi, non perdeva una lezione dei corsi, ed era sempre in due posti: a Montecitorio o a Maratona Mentana. Sarà difficile tornare a fare il sindaco di Benevento. Insegnante di sostegno.

Speranza, S.V. Per una settimana andava ai vertici di coalizione, e poteva parlare di tutto tranne che di Covid. Deve essere per questo che non ha detto nulla. Esame da privatista.

Segni 10. Il centrodestra aveva tra le sui fila il nome di un conservatore elefante, colto, perbene, non appariscente, perfetto come garante della Costituzione. Se lo avessero lanciato sarebbe stato molto difficile per il centrosinistra dire di no. Deve essere stato proprio per questo che Salvini e compagni non hanno mai pensato a lui, neanche per sbaglio.

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