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“Draghi al Colle? Sarebbe una forzatura istituzionale, ecco perché”: parola di costituzionalista

Immagine di copertina
Credit: REUTERS

"La procedura prevede che quando cambia il Capo dello Stato il premier si dimette e poi viene re-incaricato. Ma che succede se le due persone coincidono?". Intervista al costituzionalista Michele Ainis

Queste Quirinarie hanno imposto gli straordinari anche a voi, professor Ainis.
«Era inevitabile».

E allora le chiederò di spiegare ancora una volta, cosa comporterebbe l’elezione di Draghi al Colle. Sta diventando un caso di scuola da studiare.
(Sospiro). «Faccio una premessa. Quello che sto per dire non riguarda il piano politico, ma quello prettamente costituzionale».

Ovvio.
«Ed ecco il primo tema: la Costituzione non vieta esplicitamente questa eventualità. Ma l’ipotesi non si è mai verificata, finora, nell’intera storia repubblicana».

Non era neanche prevista, giusto?
«No. Esiste una lacuna normativa. Ecco perché l’eventualità di Draghi al Colle stresserebbe le procedure istituzionali consolidate in questi anni».

Mi faccia un esempio.
(Sorride). «Gliene faccio uno: paradossale, certo, ma costituzionalmente fondato».

Quale?
«Se le dicessi che dal punto di vista tecnico Draghi può andare dal notaio, lasciare la casa alla moglie, la macchina al figlio e la presidenza del Consiglio a Michele Ainis o a Luca Telese, lei cosa mi risponderebbe?».

Che anche i costituzionalisti autorevoli come lei nel loro piccolo possono impazzire.
«Invece teoricamente è possibile. Adesso, spiegandole l’intrigo le farò capire perché».

Michele Ainis è uno dei più noti costituzionalisti italiani e ha anche una grande capacità divulgativa, che talvolta – come in questo caso – gli consente di coltivare un raffinato esprit de paradoxe. Ovvero l’immagine brillante che con una provocazione aiuta a capire le cose difficili.

Professore, spieghiamo, come se fosse davanti ai suoi studenti, cosa accade se si passa da Palazzo Chigi al Quirinale.
«È accaduto quattro volte che dei presidenti del Consiglio venissero eletti al Colle. Ma mai quando erano in carica».

È proprio questo punto che complica tutto.
«Senza dubbio. Ed ecco il primo problema. Come avverrebbe questo passaggio di poteri?».

Non c’è un percorso?
«No, neanche dal punto di vista procedurale.  Quando cambia l’inquilino del Colle, un presidente del Consiglio si dimette e le sue dimissioni vengono congelate».

Esatto.
«Poi, quando entra in carica il nuovo presidente, dopo il giuramento, con un doppio decreto, vengono accettate definitivamente le sue dimissioni. Subito dopo, con un secondo decreto, si nomina il nuovo presidente del Consiglio».

E perché si crea un problema se i due presidenti sono la stessa persona?
«Perché un presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altro incarico. Se ne ha uno non può nemmeno giurare».

Quindi si creerebbe una situazione da Comma 22: Il nuovo presidente non può nominare un successore finché non giura. Ma, finché è presidente del Consiglio, non può giurare da Capo dello Stato!
«Sembra incredibile, ma è così: prima le sue dimissioni devono essere accolte. Poi serve un decreto controfirmato dal nuovo presidente del Consiglio. Ma nel caso di elezione di Draghi al Colle il nuovo presidente ovviamente non c’è!».

Un serpente che si morde la coda.
«Infatti»…
Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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