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Dopo due anni di pandemia le linee guida per la scuola sono sempre le stesse: un altro fallimento dei migliori

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L’emergenza Covid non è finita ma il Paese non ha ancora messo in campo gli strumenti necessari a prevenire le nuove ondate e la trasmissione di varianti contagiose in vista della ripresa dell’anno scolastico a settembre. Sono trascorsi due anni da quando il governo Conte II ha introdotto nelle classi i discussi “banchi a rotelle”, considerati una misura insufficiente a ridurre il rischio di contagio negli istituti, ma l’esecutivo successivo – nato anche per implementare soluzioni più efficaci – non si è rivelato all’altezza delle aspettative. Per quanto la campagna vaccinale sia stata portata avanti celermente e abbia rappresentato un effettivo scudo contro le più severe conseguenze del virus, estendendo la possibilità di immunizzarsi anche ai più piccoli, nulla è stato fatto per mettere in sicurezza alcuni tra i principali focolai di trasmissione, le scuole, che attendono ancora risposte concrete e soluzioni strutturali per affrontare l’anno senza ricorrere alla Dad.

Ne sono un esempio le “Linee guida sulle specifiche tecniche in merito all’adozione di dispositivi mobili di purificazione e impianti fissi di aerazione e agli standard minimi di qualità dell’aria negli ambienti scolastici”, pubblicate il 5 agosto in Gazzetta Ufficiale, che in buona sostanza raccomandano semplicemente, a volerne sintetizzare il contenuto, di “tenere le finestre aperte”. Una misura di buon senso che però risulta riduttiva considerando il tempo che i Ministeri hanno avuto a disposizione per trovare soluzioni più sofisticate e investire nella prevenzione.

“È possibile che la semplice ventilazione delle aule attraverso l’apertura delle finestre possa migliorare sensibilmente la qualità dell’aria, favorendo la diluizione e la riduzione sia di agenti chimici liberati all’interno (es. da materiali, arredi e finiture, attrezzature didattiche, prodotti per la pulizia, ecc.), sia di virus e batteri rilasciati dagli occupanti”, si legge nel decreto che contiene le linee guida, che raccomanda l’utilizzo di dispositivi aggiuntivi “solo una volta che le misure sopra indicate in modo esemplificativo siano state identificate e intraprese, e ciononostante, sia dimostrato che la qualità dell’aria non sia adeguata”.

Viene da chiedersi però come potrà una classe trascorrere cinque ore di lezione con le finestre aperte in inverno, quando si abbassano le temperature, e in contesti in cui l’inquinamento acustico che arriva dall’esterno non permette agli alunni di concentrarsi. Possibile che l’esecutivo “dei migliori” e il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi non abbiano pensato a nient’altro? A notarlo è Patrizia Bartoletto, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti scolastici, per cui “ci potrebbero essere altre soluzioni oltre le finestre aperte”.

“Non è che si può fare tutto in un mese e mezzo, ma se mai si comincia. La tecnologia ci fornisce tante possibilità, ma ci sono dei costi e bisogna darli questi denari”, ha commentato. Per realizzare sistemi di areazione adeguati per ognuno dei 40mila edifici scolastici “attivi” in Italia servirebbero infatti risorse ingenti, pari a oltre due miliardi di euro, ma il governo non ha mai stanziato questi fondi per la scuola. L’investimento più corposo riguarda quello di 150 milioni di euro contenuti nel decreto sostegni varato a inizio 2021, comunque insufficienti a realizzare gli impianti. Il risultato è che ad oggi sono pochissimi gli istituti dotati di sistemi di ventilazione adeguati: solo il 5 per cento degli studenti ne ha beneficiato l’anno scorso secondo un’indagine condotta da Skuola.net.

Ma l’inerzia del governo riguarda il complesso delle misure di sicurezza relative alla scuola: anche le attesissime linee guida contenenti le “indicazioni strategiche ad interim per preparedness e readiness ai fini di mitigazione delle infezioni da SARS-CoV-2 in ambito scolastico (anno scolastico 2022-2023)” predisposte dall’Istituto Superiore di Sanità, con i Ministeri della Salute e dell’Istruzione e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e pubblicate il 5 agosto scorso vanno nella stessa direzione: non introducono nessun obbligo di indossare i dispositivi di protezione e affidano tutto al buon senso e all’iniziativa dei singoli istituti, in completa continuità con quanto fatto negli scorsi anni.

Dalle misure raccomandate (divieto di permanenza a scuola in presenza di sintomi, igiene delle mani ed “etichetta respiratoria”, obbligo di utilizzo di mascherine FFP2 solo per il personale scolastico e gli alunni ‘a rischio di sviluppare forme severe di COVID-19’, obbligo di sanificazione ordinaria e straordinaria in presenza di uno o più casi confermati) non risulta esserci stata alcuna riflessione concreta sulle esperienze passate e soprattutto sulle richieste espresse chiaramente in questi anni di emergenza dai dirigenti scolastici: porre fine alle cosiddette “classi pollaio”, aumentare il personale Ata e il corpo docenti, dare indicazioni chiare sui test e sul tracciamento, aumentare la capienza sui mezzi di trasporto.

“Dopo tre anni scolastici di difficile convivenza con la pandemia, le scuole si attendevano l’indicazione di misure di sicurezza chiare, certe e risolutive su distanziamento, mascherine, ricambio/sanificazione dell’aria e rafforzamento dell’organico. Così, invece, le scuole dovranno nuovamente fare i conti con indicazioni generiche e anche contraddittorie”, ha commentato la Flc Cgil. “Appare ancora una volta evidente come il Ministero dell’Istruzione e il Governo non siano intenzionati ad investire in sicurezza nelle scuole“, prosegue la nota del sindacato.

Duro anche il parere dei presidi: per il presidente dell’Associazione nazionale presidi di Roma, Mario Rusconi, “dopo quasi tre anni di epidemia ancora non ci si rende conto che parecchi studenti sono stati obbligati alla didattica a distanza perché molte aule non permettevano il distanziamento. La situazione in gran parte è rimasta immutata”. “Queste linee guida raccomandano ciò che già sappiamo”, ha dichiarato Antonello Giannelli, presidente nazionale dell’Anp. Dal cosiddetto governo dei migliori, la cui caduta ha generato indignazione e sconvolgimenti politici inattesi e dirompenti proprio perché ritenuto da molti l’unico in grado di risollevare il Paese, era naturale attendersi qualcosa in più. Ma sulla scuola anche la sua azione si è rivelata un fallimento.

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