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Altro che ripartenza: le belle parole del governo sul futuro della scuola sono finite nel nulla (di L. Azzolina)

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Mascherine, classi pollaio e concorsi flop: le criticità emerse nei due anni di pandemia restano irrisolte. Sull’Istruzione finora l’unica ripartenza è quella della restaurazione

Sulla scuola indietro tutta: come prima, peggio di prima. Parte la grande Restaurazione. L’anno scolastico si è appena chiuso in pieno stato confusionale per l’organizzazione degli esami, ma ciò che più preoccupa è la totale assenza di idee in vista di settembre e la rimozione quasi scientifica di tutte le criticità emerse in questi due anni di pandemia. Si dice che il long Covid possa provocare un “brain fog” in alcuni pazienti; una sorta di annebbiamento cognitivo presente anche a distanza di tempo. Forse la scuola ne è una vittima eccellente? In poco tempo sono state dimenticate speranze e aspettative. Le belle parole governative sull’importanza della scuola sono finite nel nulla, mentre le tante polemiche dei partiti che chiedevano di investire sui nostri giovani sono svanite in una nuvola di propaganda.

Il balletto mediatico del ministro Bianchi sulle mascherine agli esami è stato un teatrino quantomeno improvvido, forse persino sgradevole, coerente con la gestione balbettante di questo intero anno. In pochi giorni è stata cambiata idea tre volte. Mascherina sì, mascherina forse (meglio scaricare la responsabilità della decisione sui presidenti di commissione), mascherina no. Una commedia con un lieto fine. Con quale motivazione si può imporre la mascherina agli esami mentre si decide di toglierla quasi ovunque?

Purtroppo, però, i problemi della scuola sono molto più seri. L’anno in corso, che doveva segnare l’avvio di una nuova normalità con la scuola al centro delle priorità del Paese, è in realtà un gigantesco passo del gambero. Pensavate che l’uso della scuola come bancomat di governo fosse solo un brutto incubo del passato a firma Gelmini-Tremonti? Sbagliato: il decreto sul Pnrr prevede tagli per oltre 11mila unità all’organico dei docenti. Si sta lavorando per ridurre le famigerate classi pollaio? Figuriamoci. Il ministro Bianchi (sì, proprio lui, quello che ha scritto un libro per dire «massimo 12 alunni per classe») oggi dice no alle classi troppo piccole, perché «i bambini poi non si ritrovano». In che senso? Rischiano di perdersi? Non trovano l’uscita? I concorsi sono stati un flop: 90% dei candidati bocciati, test a crocette e domande sbagliate. Un diluvio di critiche e poi, come se nulla fosse, la stessa modalità concorsuale è stata riproposta nero su bianco anche per i prossimi anni. La carta docente è stata tagliata: via una parte dei 500 euro che ogni anno un insegnante può spendere per formarsi. Forse guadagnano troppo?

Le decisioni prese lungo questo anno, e forse ancor di più le mancate decisioni, hanno persino risvegliato le lotte sindacali. Poche settimane fa allo sciopero di categoria promosso contro i tagli ha partecipato il 20% del personale. Percentuale bassa? Mica tanto. Due anni fa i sindacati provarono ad organizzare una mobilitazione raccogliendo solo lo 0,5% di partecipazione. Evidentemente l’insofferenza del personale oggi è tanta. Ed è una buona notizia. Significa che c’è ancora un briciolo di speranza. Il vero nemico oggi si chiama rassegnazione. Rassegnazione che tutto torni come prima, anzi peggio di prima.

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