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Migranti, Di Maio non porta il Memorandum libico in Parlamento perché sa che l’Italia è corresponsabile per le violazioni dei diritti umani

Di Martino Reviglio
Pubblicato il 1 Lug. 2020 alle 07:44
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Le politiche migratorie intraprese dai governi italiani a partire dal 2016 sono state una risposta alla pressione dei partiti politici di destra e dell’opinione pubblica a seguito alla cosiddetta ‘crisi migratoria’. Per rispondere a questa pressione, il governo italiano ha deciso di perseguire una strategia di esternalizzazione alla guardia costiera libica delle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo centrale. Tale politica di esternalizzazione è stata formalizzata dalla firma di un memorandum d’intesa tra la Libia e l’Italia firmato il 3 luglio 2017.

L’accordo prevedeva tra l’altro: la fornitura di attrezzature e addestramento per la guardia costiera libica, un importante sostegno finanziario, e l’istituzione di centri di detenzione in Libia gestiti esclusivamente dal Ministro dell’interno libico. Inoltre, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti ha introdotto un codice di condotta che regola il salvataggio dei migranti da parte delle Ong e, in tal modo, ha spianato la strada alla criminalizzazione delle Ong perché accusate di rappresentare un pull factor e un promotore del traffico di esseri umani attraverso il Mediterraneo centrale.

Questo tipo di politica di gestione dei flussi migratori fa parte di una più ampia strategia europea che va nella direzione del ‘controllo a distanza’. Per garantire questo tipo di strategia, i paesi adottano accordi bilaterali o multilaterali in forma di soft law al fine di esternalizzare le attività di gestione del fenomeno migratorio a paesi come la Libia, la Turchia, il Niger e il Marocco. Tuttavia, va riconosciuto che le politiche perseguite da Minniti, nonostante l’esternalizzazione del confine e la criminalizzazione delle Ong, non hanno completamente abbandonato la responsabilità delle operazioni di salvataggio in mare.

Il suo successore Matteo Salvini ha mantenuto tutto l’architettura dei provvedimenti introdotti da Marco Minniti. Salvini, però, ha incominciato una politica dei cosiddetti ‘porti chiusi’ che non è di per sé illegale ma ha gravi conseguenze dal punto di vista umanitario. In tal modo, le attività delle Ong sono state soggette a molte misure che hanno creato intenzionalmente le condizioni per l’illegalità delle operazioni di salvataggio e sbarco condotte dalle Ong in Italia. Nelle politiche di Salvini, la giurisdizione non è territoriale, ma sembra essere perseguita solo su decisione diretta del Ministro dell’Interno attraverso un ordine esecutivo senza alcun rispetto per il diritto internazionale e del diritto del mare. Vedi gli ormai famosi casi Diciotti e Sea Watch.

Veniamo ora all’attualità. Il 2 luglio sarà un giorno cruciale per il destino di migliaia di migranti africani. Prenderanno infatti il via i colloqui tra Italia e Libia sulla gestione dei flussi migratori. L’annuncio è stato dato da Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri italiano, che, di ritorno dal Tripoli, ha dichiarato all’agenzia Ansa: “Il presidente Al-Serraj mi ha consegnato la proposta libica di modifica del memorandum d’intesa in materia migratoria. Ad una prima lettura si va in una giusta direzione, con la volontà della Libia di applicare i diritti umani. Anche nelle fasi più drammatiche dell’epidemia, il dialogo dell’Italia con la Libia non si è mai interrotto. La Libia è una priorità della nostra politica estera e della sicurezza nazionale”. Le autorità libiche, secondo quanto riporta l’Ansa, avrebbero consegnato a Di Maio una serie di proposte nelle quali la Libia “si impegna nellassistere i migranti salvati nelle loro acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalle Nazioni Unite”.

Tuttavia, le violazioni dei diritti umani in Libia sono denunciate da numerosi rapporti dell’Unione europea, dell’Onu e delle Ong. La responsabilità dell’Italia da Minniti a in poi è significativa. L’Italia è ben consapevole delle condizioni dei migranti nei centri di detenzione ignorando consapevolmente le condizioni disumane vissute dai migranti nei circa 33 centri di detenzione libici. In tal modo, le condizioni stabilite nel memorandum, in particolare la protezione dei diritti umani dei migranti, sono materialmente inefficaci. In effetti, come sottolineato dal recente giudizio del Tribunale di Trapani, l’Italia consegnando alla guardia costiera libica i migranti, in pratica, sta commettendo un respingimento collettivo dei migranti in uno stato che non è considerato sicuro dalla maggior parte delle organizzazioni internazionali. Di conseguenza, si può dire che il memorandum viola il principio di non refoulment, il diritto internazionale consuetudinario, e il diritto del mare.

Dopo quasi 3 anni dalla sua firma sono state commesse evidenti violazioni dei diritti umani. Ciò che emerge è un quadro inquietante, in cui il governo italiano continua a delegare al governo libico il pattugliamento del Mar Mediterraneo centrale e la gestione dei centri di detenzione come previsto dal memorandum, che può essere definito solo inefficace. In effetti, molte disposizioni mancano di un’applicazione sostanziale. Si può quindi parlare, ragionevolmente, di un verificarsi di inefficacia materiale e di complicità per la partecipazione a un atto illecito di un altro stato fornendo aiuti e assistenza alla Libia. Tuttavia, l’efficacia politica del memorandum, almeno di una certa visione della politica di gestione della migrazione, che aveva come obiettivo principale la riduzione dei flussi migratori irregolari verso l’Italia, rimane intatta.

Alla luce degli ultimi sviluppi, il ministro Luigi Di Maio sembrerebbe voler rinnovare il memorandum con la Libia senza passare dal voto parlamentare  previsto dalla Costituzione (art. 80) per gli accordi internazionali che prevedono finanziamenti diretti. Ancora una volta il governo Italiano preferisce operare con strumenti di soft law per aggirare le possibili responsabilità internazionali che emergerebbero da una discussione parlamentare dell’accordo.

Nel frattempo, il Partito democratico sembra perdersi in discussioni da consorteria. Ancora una volta, dobbiamo augurarci che un tecnico come la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese riprenda in mano il dossier libico per salvare una politica che volta la faccia dall’altra parte per un misero cinismo politico di breve periodo. I flussi migratori sono inarrestabili. Solo una netta inversione di rotta potrebbe salvare il governo Italiano dalle accuse di complicità di violazioni di diritti umani per aver continuato a finanziare la guardia costiera e i lager libici. Il tempo stringe. Nel frattempo Putin e Erdogan si dividono la Libia e probabilmente la protezione dei i diritti umani dei migranti non sarà una priorità e il governo italiano ne sarà complice.

Leggi anche: 1. Di Maio incontra Al Serraj a Tripoli: consegnata all’Italia bozza sulla modifica del memorandum sui migranti /2. Serraj riconquista Tripoli. Ora Erdogan è il padrone della Libia /3. Ventimila migranti pronti a salpare dalla Libia: l’Italia chiede aiuto all’Ue

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